Nell’infanzia la chiamavamo “paura del buio”. Un terrore atavico, perfettamente accettato: l’idea che qualcosa potesse nascondersi nell’oscurità. La stanza familiare dei giochi e degli eroi alle pareti si trasformava di colpo in un luogo estraneo, spogliato dai nostri ricordi, in un buco nero pronto ad ingoiarci. Da adulti conserviamo la traccia di quel timore, come se il buio temuto da piccoli rivelasse oggi la sua vera natura, non solo di indicatore di ciò che esiste di ignoto nella realtà esterna ma soprattutto come rivelatore neutro di fobie raggomitolate nell’anima, silenti e represse sotto la rassicurante luce del giorno. L’oscurità protegge le ombre, tuttavia ci pareva di scorgerle, la notte, da piccoli, proiettate nell’anta dell’armadio, o accartocciate sulla parete: mostri, spettri, creature sconosciute, parti della nostra immaginazione angosciata.

L’ombra è l’incipit di un mistero, anche simbolicamente. Infatti è il primo doppio che conosciamo nel mondo, ed è una dualità che ci appartiene, poichè ognuno può proiettare la sua. In chiave junghiana, il doppio rappresenta l’irruzione dell’inconscio nella realtà cosciente, si tratta cioè dell’ombra quando esce dal suo nascondimento. Il folklore celtico identifica nel “fetch” l’apparizione spettrale del proprio sosia. Nell’antico Egitto il “ka” rappresentava invece una sorta di duplicato spirituale dell’essere umano.

Diverse culture hanno tentato di darle un nome, in alcune tradizioni è diventata Doppelgänger, una copia identica della persona vivente, spesso associata alla morte imminente o alla follia. Del doppio spettrale che annuncia sciagure fece triste esperienza lo scrittore Guy de Maupassant che raccontò di essere stato visitato, in un periodo di malattia, misteriosamente, da una figura misteriosa che pareva replicare se stesso; chissà se per escogitazione letteraria o in senso letterale Johann Wolfgang von Goethe narrò qualcosa di simile, durante un viaggio riferì di aver incontrato una persona identica a lui, vestita con abiti che avrebbe realmente indossato anni dopo. L’episodio lo colpì profondamente e rimase uno dei casi più celebri di apparizione del doppio nella letteratura europea.

Nella tradizione esoterica l’ombra è stata interpretata come la parte oscura da attraversare nel cammino iniziatico. Carl Gustav Jung la descrive come tutto ciò che l’essere umano si rifiuta di vedere di sé stesso. In alchimia, disciplina che affascinò profondamente Jung, il percorso verso la conoscenza iniziava con la Nigredo, la “fase nera”. L’alchimista doveva attraversare l’oscurità prima di raggiungere la luce. Tale discesa nell’Ombra, il contatto con tutto ciò che spaventa, ha la chiara funzione di integrare nella propria esistenza, materiale e mentale, tutti quegli impulsi che tendiamo a reprimere, o stati d’animo da cui ci sentiamo in fuga.  Comprendiamo così che il timore del buio apre una voragine ben più grande: ci riporta all’angoscia del limite, e impone di fissare lo sguardo su tutte quelle realtà disturbanti connaturate alla vita, eppure difficili da accettare, la morte, il dolore il mistero, l’incomprensibile. Ogni mostro che temevamo di trovare sotto il letto era forse un frammento della nostra anima che chiedeva di essere visto.

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