L’eroe del Non.

Mr Gwyn, scrittore anglosassone di successo, compilerà un elenco di cose che non vuole più fare, affidandone la pubblicazione al “Guardian”, giornale con cui collabora. L’ultima voce della lista è “scrivere libri”, la prima “scrivere articoli per il “Guardian”.

Non era necessario bere una spremuta di libri per ricordarsene, lo sapevamo già. Viviamo di elenchi. Libri di testo da comprare ai figli, liste della spesa, archivi di film in cartelle, cose da fare entro la settimana, entro il mese, entro l’anno. È la nostra risposta all’Assurdo, al Caos esistenziale, e primordiale mai domato. Insomma, ammettiamolo! Ci tranquillizza tenere sotto scacco, con una penna e un foglio, quella miriade di eventi che, al solo pensarci, tiranneggiano la ragione, confondendola molto più di quando svolge equazioni matematiche. La scrittura è un’operazione complessa che ha un obiettivo semplice: dominare il mondo, intrappolarlo in una bella ragnatela colorata e farci sentire Re e Regine di quell’illusorio minuscolo regno che è in realtà il suo riflesso. Con lo stesso spirito con cui stendiamo la lista dei regali a Natale, e poi depenniamo il già fatto, ecco così, Mister Gwyn, l’eroe di Baricco ammantato di una singolare saggezza scrive un elenco al contrario: cinquantadue cose da non fare. Perché non si pensi che il nulla non è, con buona pace di Parmenide. Il non essere, per non essere quietamente, deve sempre passare dalla strettoia dell’essere, e poi tornare, dimenticato e in oblio, nella sua non natura. Per l’inquieto scrittore in crisi “la quotidiana cura con cui mette in ordine i pensieri nella forma rettilinea di una frase” è un atto rituale, una posa estetica che lo fa sentire ciò che è, uno che scrive, dunque lo conforta, come consola tutti noi questa sensazione, con la scrittura, di rimettere a posto le cose. Poi però diventa disagio, baratro esistenziale, quella inevitabile scoperta di un’esistenza che ha leggi diverse, così scrivere, un romanzo, un saggio, o la lista della spesa è ugualmente, per la mente sgomenta, una fuga dal mondo e da sé. Che poi sia un viaggio impossibile lo hanno dimostrato benissimo gli esistenzialisti, ma certe tendenze umane, come i vizi, periodicamente ritornano, e pur nati sconfitti, ci provano a vincere. “Un giorno mi sono accorto che non mi importava più di nulla e che tutto mi feriva a morte”, la confidenza a un’amica di passaggio rivela all’orecchio del lettore il perché di quel certosino incastro di perline, di quei non propositi ostinati, di quella disciplina letteraria che sbarra in primo luogo la strada ad ogni letteratura. Eppure chi è nato scrittore non smette, così Mister Gwyn che non spenderà inchiostro se non per una accorta e sistematica censura della propria carriera continuerà a scriverne in testa, di romanzi: elabora una voce da terza persona che lo distanzia dalle cose che vive. Ma la sua ossessione resta l’aderenza, vuole diventare copista, senza capire bene cosa copiare esattamente. Recitarsi scene tra sè non basta, e neanche occuparsi delle minuziose attività quotidiane: preso dall’evanescenza di una vita senza baricentro, sente a tratti l’inconsistenza dell’essere, vive il vuoto, con crisi acute di panico. La scrittura è dunque il male, il trucco o la cura? Quanto disordine, verità e assurdo può sopportare un uomo prima di elaborare una strategia salvifica di sopravvivenza? Quanto ci salva scrivere? Quanto ci aiuta non farlo? 

Mister Gwyn, Alessandro Baricco.

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