L’importante è finire.

Ha raggiunto qualche mese fa la soglia dei quattro anni la “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, meglio conosciuta come “Legge Cirinnà” (76/2016), dal nome della senatrice che ha lavorato alacremente affinché fosse definitivamente approvata dal Parlamento italiano l’11 maggio del 2016. Non entreremo nel merito per ripercorrere i momenti travagliati che hanno preceduto la sua approvazione e nemmeno per riportare alla memoria l’acceso dibattito politico che ne è seguito. Non studieremo le definizioni di unione civile omosessuale e di convivenza, che evidentemente la legge regolamenta in maniera differente, e non documenteremo il fatto che in questi quattro anni si siano formate circa quindicimila nuove coppie in tutta Italia. Non parleremo del nostro Pontefice, che pur non avendo messo in discussione il ruolo tradizionale della famiglia, si è recentemente espresso in maniera positiva nei confronti di questo tema, chiedendo che fosse garantito il diritto alla protezione delle coppie omosessuali, che non rappresenterebbero più un “male assoluto”.

Quello a cui più interessa aprire la nostra mente in questa sede, tra i molteplici contenuti della legge sopra citata, riguarda il diritto alla salute, tutelato dai commi 39 e 40 dell’articolo 1. Spieghiamoci meglio: ci avviamo alla conclusione di questo 2020 e per la minaccia quotidiana all’incolumità che lo ha prepotentemente caratterizzato non ne desidereremmo che l’oblio, anche per ridonare l’opportunità del conforto ai nostri cari, costretti al momento a vivere lo stato di malattia nell’assenza. Ebbene, nella stessa assenza vivevano, prima che il comma 39 ne tutelasse il diritto, le coppie di fatto etero e non, alle quali non era garantito il diritto di visita e assistenza reciproca in caso di ricovero ospedaliero. In parole povere, il componente sano della coppia non era autorizzato a offrire la propria presenza al convivente malato. E prima del comma 40, il malato non poteva decidere di affidare al compagno o alla compagna le scelte sulla propria salute, anche in caso di eventuale morte. La pandemia ci ha insegnato, anche in questa dimensione, che è prudente non fare differenze; e se non lo avevamo compreso prima che questa baraonda ci travolgesse, preoccupiamoci ora di guardare un po’ più avanti del nostro naso. Non per sposare in toto una causa piuttosto che l’altra e difenderla a spada tratta, ma per sforzarci di respirare un’aria di tolleranza quando le questioni ruotino attorno al patimento o, peggio, alla chiusura dell’esistenza. È essenziale che ci venga assicurato di concluderla bene la nostra vita? Sarebbe bello chiederlo a chi non ha potuto farlo, prima di quattro anni fa ma anche quarant’anni fa, quando in una Sicilia ancora troppo impreparata due giovani morivano per la sola ragione di sottrarsi al conformismo.

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