Cento grammi di solitudine.

Una biologa ed un musicista entrano al supermercato. Non è una barzelletta anni novanta, è la mia vita quotidiana. Dopo tre minuti di “Lo sapevi che questi pompelmi…” e “Leggi qua!”, sono rimasta sola e vago assorta tra le corsie. Prima di proseguire nel mio racconto, faccio una premessa: non voglio mettere in discussione la qualità o l’efficacia dei prodotti di cui parlerò, né voglio indirizzare il lettore nella scelta dei prodotti da consumare. Vi faccio partecipi di alcuni pensieri di una biologa errante per il supermercato. Innanzitutto la parola consumatore. Il supermercato è il luogo in cui l’animale uomo si procura del cibo e quindi è l’unico posto in cui mi sento, davvero, un consumatore: un organismo eterotrofo che in una catena alimentare si ciba di altri organismi. Passeggiando tra le corsie, spesso mi ritrovo tra le mani alcuni prodotti proposti come salutistici/naturali/ innovativi. Le patate al selenio ad esempio, apparse sui banconi nel 2000. Il selenio, sebbene riconosciuto come micronutriente utile nel metabolismo umano perché permette il buon funzionamento degli antiossidanti cellulari e riveste un ruolo determinante in altri processi, è tossico se assunto in dosi eccessive. Lo si trova nel pesce, nella carne rossa e nei cereali, ma la disponibilità maggiore si ha nei vegetali (broccoli e cipolla, per esempio). Se in alcune nazioni del mondo sono stati documentati casi di patologie legate alla carenza di selenio, la dieta mediterranea vanta invece il merito di apportare la giusta dose giornaliera di questo elemento. In un bilancio rischio-beneficio, dunque, non mi sembra scontato il bisogno di consumare cibi arricchiti di selenio e ripongo le patate nell’apposito scaffale. Scelgo patate adatte per la cottura in forno e mi avvicino allo scaffale delle spezie, voglio provare a cuocere il pollo nel famoso “saccoccio”. Leggo gli ingredienti e tra questi trovo l’estratto di lievito. Sorrido, non bisogna certo far lievitare il pollo, si tratta di glutammato camuffato. Il glutammato, usato per esaltare i sapori e per questo aggiunto a salse, condimenti e preparati alimentari, è un sale derivato dall’acido glutammico, cioè un amminoacido presente in alcune proteine. Da quando alcuni articoli hanno messo in dubbio la sua salubrità, i consumatori sono diventati diffidenti nei confronti di questa sostanza e l’industria alimentare si è adeguata, nascondendo il glutammato con diciture (legalissime) che lo sostituiscono: estratto di lievito, proteine idrolizzate, idrolizzato di soia. Il saccoccio comunque lo prendo, non mi spaventa un po’ di glutammato, in medio stat virtus. Finisco il mio giro in solitudine (ormai conclamata) nel reparto cosmetici. Curiosando tra prodotti innovativi, trovo l’acqua micellare. Sorrido ancora, si tratta in definitiva di una determinata quantità di tensioattivo, disciolto in acqua per formare delle micelle (minuscole sferette in grado di racchiudere al loro interno i grassi per asportarli efficacemente). Sì! I pubblicitari hanno inventato l‘acqua e sapone. Risultato: marketing uno, biologa solitaria zero. Nel frattempo il musicista è alla cassa con le patate e mi fa cenno di andare, riavvio il sistema e torno in modalità consumatore.

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