Stiamo laschi.

Se, grazie al progresso tecnologico, dai ad un individuo di indole pigra la possibilità di trasmettere il proprio tocco a una persona cara attraverso i social media, stai contribuendo all’estinzione dell’essere umano. Si chiama Skin machine, permette di provare la sensazione del tatto all’interno della realtà virtuale, regalando forti emozioni senza il contatto umano e, non so a voi, ma personalmente, mi fa molta paura. In nome della scienza, si dona la percezione tattile a chi l’ha perduta a causa di gravi paralisi o amputazioni. In nome del dio denaro ne trae beneficio l’industria dell’entertainment e del gaming, a discapito di tutte quelle persone che, spesso senza accorgersene, stanno perdendo la capacità dell’interazione sociale e del rapporto umano faccia a faccia. ll tatto è uno dei mezzi di comunicazione più efficaci che abbiamo per esprimere le nostre emozioni. L’aptica è quella parte della comunicazione non verbale che afferisce al contatto, indispensabile per l’equilibrio psicofisico dell’essere umano, nonché degli animali. Se vi è mai capitato di vedere delle scimmie che si spulciano tra di loro, ciò a cui avete assistito, in realtà, non è solo una pratica di toelettatura ma una fortissima azione di affiliazione sociale nel gruppo delle scimmie.  E veniamo a noi umani: toccare, abbracciare, stringere, baciare, sono tutte forme di comunicazione e di conoscenza verso il mondo esterno. All’interno del nostro corpo, il contatto con gli altri favorisce il rilascio di ossitocina, quell’ormone da cui siamo quasi dipendenti perché ci fa sentire sereni e rilassati, quasi felici. La privazione da contatto a cui siamo stati condannati, senza diritto di appello, fa lievitare in ognuno di noi stress e paure, che certo, gli psicoterapeuti sono tutti lì a sfregarsi le mani. Il punto è che ormai siamo abituati ad incontrarci in video, a sentire reciprocamente le nostre voci. Ma quando la riunione, la lezione o la videochiamata finisce, subentra un senso di incompletezza e insoddisfazione. Come se tutto ciò che è avvenuto non è stato abbastanza efficace, abbastanza soddisfacente, abbastanza umano. La vera domanda è: ci sentiamo soli solo perché ci impediscono di stare insieme? In effetti si stava meglio quando la solitudine ce la autoinfliggevamo. Anche il lavoro di gruppo ne risente. Pare che il non potersi battere il cinque per sugellare l’inizio di un progetto per il raggiungimento di un obiettivo lavorativo provochi un abbassamento delle performances. Insomma, con lo smartworking lavoriamo di più ma lavoriamo peggio. Il sociologo Georg Simmel diceva che una società modellata sulle relazioni lasche porta a delle relazioni socio spaziali di spaesamento. Chissà se dopo tanta privazione il karma o chi per lui ci restituirà gli abbracci. Certo gli anni passati in collegamento video non ce li restituirà nessuno.

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