L’eco di una condanna d’amore!

“Tutti mi additano come tremendo manipolatore, me lo sono meritato, ma credimi la mia vita non è affatto facile. Mi tormento su cosa è giusto e cosa è sbagliato, io non so cosa desidero. Non ho piaceri, baso le mie scelte su un’immagine ideale, quella che ho di me. Mi sento spesso insoddisfatto e scarico la responsabilità sugli altri; non sono capace di accettare l’amore di un’altra persona e precludo ogni forma di sano benessere. La mia mancanza di empatia non è gratuita, la pago ogni giorno della mia vita. Odio essere rifiutato perché mi ricorda che non sono amabile, che non sono poi così ideale.” (Anna De Simone, psicologa.) A parlare è proprio un narcisista, ma quanti di voi l’avrebbero mai detto? Il termine narcisista è entrato a far parte del linguaggio comune per designare una persona egocentrica, sempre al di sopra delle parti, esuberante. Ma c’è qualcosa che sfugge alla nostra riflessione: come può un narcisista soffrire per amore e tormentarsi per ciò che vuole? Se proviamo a risalire alla mitologica nascita di Narciso, sicuramente si potranno cogliere aspetti molto interessanti legati alla personalità narcisistica. Il mito di Narciso ed Eco viene tramandato da tante generazioni ed è uno dei più conosciuti della mitologia classica. Racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”: Quello che brami non esiste, quello che ami, se ti volti, lo fai svanire. So che mi piace, so che lo vedo, ma se lo vedo e mi piace, pure trovarlo non mi riesce: tanto l’amore mi confonde! Ma questo sono io! Quel che bramo l’ho in me: ricchezza che equivale a povertà.

John William Waterhouse, Echo and Narcissus, 1903

Lo specchiarsi nella fonte d’acqua richiama un tema importante, quello della solitudine dell’uomo, del suo essere così perfetto e immortale, solo se “intoccabile”, come Narciso, che tiene fuori dalla sua affettività gli altri perché condannato a non poter mai godere dell’amore: Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama! E Narciso si mostra proprio come oggetto e soggetto di amore, di un’ammirazione folle, che lascia annientato sé e l’altro, appunto Eco, una donna che invaghita e non ricambiata nell’amore rimane sola e disprezzata essa si nasconde nei boschi occultando dietro le frasche il volto per la vergogna e da allora vive in antri solitari. Ma l’amore resta confitto in lei e cresce per il dolore del rifiuto. Eco rappresenta la voce del richiamo interiore, esiste in funzione dei sentimenti dell’altro e quando non viene corrisposta la sua vita perde ogni significato. Ed ecco che dall’incontro di queste due anime solitarie, ognuna bisognosa a suo modo dell’altra, nasce un legame pericoloso, incapace sul nascere di far fiorire la coppia. Il mito di Narciso ed Eco spiega bene la dipendenza affettiva dove ognuno, con modalità diverse è concentrato su di sé. Nell’ottica dei ruoli “carnefice” e “vittima” il rapporto è sempre più messo a rischio di fallimento, perché entrambi i partner restano impegnati a nutrire le loro parti più invalidanti preservando l’origine del loro dolore. Specchiarsi nell’altro, in modo autentico, consentirebbe di allontanare la solitudine e far fiorire la vita.

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