“Io ho quel che ho donato”

Di Gabriella Puleo, laureata in giurisprudenza e giornalista pubblicista, collaboratrice di numerosi giornali tra cui il quotidiano “La Sicilia”, esperta del pensiero di D’Annunzio e appassionata studiosa del Vate sin dalla tesi di laurea, svolta sull’impresa di Fiume e sulla carta costituzionale del Carnaro, promulgata dal poeta l’8 settembre 1920.

 “Ti adoro, sempre più; e voglio che tu sia sempre la vita della mia vita, sempre, sempre, sempre”.

Parole che parlano d’amore, struggenti, appassionate, piene d’ardore. Ma chi è l’autore?  Uno degli uomini più famosi del secolo scorso, amato ed ammirato per la sua poesia, i suoi romanzi, ma soprattutto ammirato e conteso per il suo modo di amare, di rendere unica e far sentire unica la donna che è al suo fianco. Tanto è stato detto, fiumi d’inchiostro versato, e lui, Gabriele, le ha amate appassionatamente, senza risparmio di parole e attenzioni. Gabriele d’Annunzio, sgombrando il terreno delle maldicenze che lo vogliono seduttore interessato nelle relazioni, è amato dalle donne. Da tutte, di ogni età e di ogni rango, adolescenti, sposate, avanti con gli anni, qualcuna è impazzita per lui, altre hanno lasciato marito e figli, hanno abbandonato sontuosi palazzi nobiliari pur di essere accanto all’uomo che follemente amano. Sì, perché qui come non mai possiamo dire che l’amore è cieco, che l’amore guarda con gli occhi di un innamorato, perché a onor del vero  Gabriele non è proprio bello, nel senso della bellezza classica. Piccolo di statura, presto calvo, ma con uno charme e una dialettica che è difficile trovar pari a lui in quell’epoca.

Le “sue” donne sono le sue muse ispiratrici, le sue creazioni poetiche e i suoi personaggi nascono dalla fervida mente di un uomo che ama l’amore, che ama ed è amato. Le sue lettere sono la prova della passione, in tre distinte fasi d’amore. La prima è la conquista, con un corteggiamento dolce, romantico, languido, la seconda fase lascia spazio all’audacia, alla passionalità, la terza fase è legata inesorabilmente alla fine della passione, ma il grande seduttore, il sublime poeta sa bene come lasciare che il legame pian piano si sciolga, cercando di tenere un filo sottile tra il passato d’amore e il presente che preannuncia altri amori, passioni nuove.

Isadora Duncan disse di lui: “riesce a far sentire una donna al centro dell’universo”.

Quante ne amò, quante si concessero al Vate, all’Immaginifico? Poco importa il numero, è poca cosa, ma aldilà di questo ogni musa ispiratrice fu per lui fonte di vero e sublime amore.  Dalla giovanissima Maria Hardouin di Gallese sua legittima ed unica sposa, madre dei suoi tre figli che Gabriele amò negli anni della giovinezza per poi separarsene, pur rimanendo sempre amico e confidente,  volendola spesso sua ospite alla “Mirabella” casa vicino al Vittoriale ( oggi fa parte del complesso monumentale del Vittoriale) alla sua ultima compagna “la signora del Vittoriale” la pianista Luisa Baccara, giovane veneziana che seguì il poeta durante i giorni dell’impresa fiumana e nel suo “dorato esilio” sulle sponde del Lago del Garda, come un signore del Rinascimento, circondato da una piccola corte che lo accompagnò nei suoi ultimi diciotto anni di vita.

Lui il poeta, lo scrittore, il Vate, l’Immaginifico, il Comandante di Fiume, o semplicemente Gabriele, donò senza risparmiarsi il suo cuore ad ogni dama innamorata, sempre, sempre, sempre.

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