Chi viaggia vive due volte: Paul Klee, Paul Gauguin, René Magritte.

Lo spostamento, mentale e fisico, è un tema a me caro in questi anni di frenetici viaggi, cambi di città e di stili di vita. Una citazione arriva agli occhi senza essere cercata: “La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte” di Omar Khayyam. Quindi, in quanti modi si può viaggiare e per gli artisti questa opportunità cosa ha comportato? Occhi nuovi per vedere, storie da raccontare o un incessante peregrinare alla ricerca di una presunta “stabilità”? Proveremo a seguire qualcuno di loro per capire meglio le forme attraverso cui può essere raccontata l’esperienza del viaggio, e le motivazioni personali che spingono a compierlo. Paul Klee, pittore tedesco del ventesimo secolo, astrattista, viaggia per “conoscere”. Nei suoi Diari 1898-1918, fa un racconto per impressioni dei luoghi che attraversa, e in Italia è segnato dalle opere folgoranti dei nostri maestri. Del Belpaese (arriva in Italia nell’ottobre del 1901) annota con dovizia sensazioni e riflessioni. La sua pittura è una ricerca costante, una riflessione sull’esistenza e presenza del mondo e vivide e ricche di dettagli sono le descrizioni che fa della Genova di quel tempo nei suoi scritti. Incuriosito dai frutti di mare che “stranamente si mangiano” ma anche dalla vita operosa e frenetica dei porti. Spaccato della sua epoca, Klee, ci regala in cartolina d’autore fatta d’immagini e parole: “Del mare avevo un’idea approssimativa, non però della vita in un porto. Vagoni ferroviari, minacciose gru a vapore, carichi di merce e uomini lungo argini di solida muratura, funi da scavalcare. Centinaia di vapori accanto a innumerevoli vaporetti, velieri, rimorchiatori. E gli uomini, poi? Le figure più strane, col fez. Qui, sugli argini, emigranti, italiani del Sud, accoccolati al sole (come lumache), gesticolare da scimmie… così in incessante giro, uomini abbronzati dal sole, neri di carbone, rudi, sprezzanti. Lì un pescatore. L’acqua schifosa… gli arnesi per pescare: una corda con un sasso attaccato, una zampa di gallina, un mollusco. Un mondo a sé”.

Paul Klee, Città italiane, 1928
Paul Klee, Strada Principale e strade secondarie, 1929

Lasciamo il pittore tedesco, estasiato e a tratti sbigottito, in giro per Italia e seguiamo nuove orme. Sono quelle di chi viaggia per “evadere”. Scappare dalle convenzioni e dai limiti, per trovare un nuovo posto nel mondo. Questa è la vita di Paul Gauguin, pittore impressionista. Nasce a Parigi ma inizierà a viaggiare sin da piccolo in America e poi a Lima, in Perù, dove inizia a essere circondato dai colori della città che avranno su di lui grande suggestione. Gauguin ci chiede di salire con lui su quella nave che lo porterà in Africa, Brasile e India. Impara a dipingere per diletto ma sceglie di fermarsi per una vita borghese di padre e marito. Ma il fuoco dell’arte comincia ad ardere ed è incantato dai dipinti degli impressionisti, così osteggiati e criticati dalle accademie. La voglia di scoperta e l’interesse per ciò che è anticonvenzionale ed esotico lo riporteranno lontano. Lascia la vita rassicurante, mette in crisi il matrimonio e da quel momento vivrà solo per l’arte tra mille problemi economici. Gauguin sentirà continuamente un forte richiamo verso una vita “incontaminata” e un’arte non condizionata da stili predefiniti o sovrastrutture borghesi. Dopo Panama, la Martinica e Tahiti elabora un nuovo linguaggio fatto di forme semplici evocative dai colori attraenti e vibranti. Abbandona le grandi Capitali per spostarsi in zone isolate, dove è circondato solo dalla natura e dagli indigeni. In questa dimensione, povera ma felice, dipingerà alberi esotici, fiori e frutti, le spiagge e le figure femminili vestite dalle stravaganti e colorate stoffe tahitiane o talvolta completamente nude ma tutto sembra essere immerso in un’atmosfera felice, ideale e primordiale. Morirà in solitudine in una capanna nelle Isole Marchesi. Un destino il suo che lo renderà per sempre un viaggiatore.

Paul Gauguin, La donna dei manghi, 1896
Paul Gauguin, donne di Tahiti, 1892

Un viaggio può essere “immaginato” e nascere da un sogno ad occhi aperti sul reale. Ma mai chiamarlo sogno! René Magritte è belga. Sembra un uomo comune nei suoi abiti borghesi ed eleganti ed ha modi gentili. Lui ha un dono: la capacità di trasformare il quotidiano in un viaggio fantastico e straniante. Per lui nulla è banale e si diverte a insinuare dei dubbi di ciò che è “reale” per spingere a una nuova combinazione e interpretazione delle cose che comunemente lo circondano. La pittura surrealista prende forma nel suo personalissimo stile, delicato e filosofico, definito come “illusorio onirico”. Il pittore prende in prestito oggetti provenienti dal mondo reale, ma li raffigura al di fuori del loro abituale contesto, creando dunque estraniamento. In una tela, L’impero delle luci del 1954, rappresenta una casa circondata da alberi, ma simultaneamente c’è il cielo blu in alto mentre la casa si trova in strada buia con un lampione che rischiara debolmente il paesaggio solitario e notturno. Dice Magritte: «Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse…trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia».  Guardando un quadro che raffigura una pipa ma leggendo la scritta sottostante che dice: “Questa non è una pipa”, la prima reazione è di chiedersi: “Ma allora, cosa è?” Il disorientamento suscita una varietà di riflessioni, ma si arriva alla conclusione che si sta guardando solo un’immagine, non l’oggetto reale che noi comunemente chiamiamo “pipa”. Un gioco illusorio e ironico fatto di molteplici direzioni di senso che l’oggetto ricontestualizzato assume e perde continuamente. I quadri di Magritte sono viaggi per la nostra mente e ogni cosa può essere paradossalmente“reale”!Sono pochissimi i pittori e gli scultori del Novecento che restano fermi: per necessità, per curiosità, chi attraverso l’immaginazione ma in molti viaggiano per ritrovare se stessi oppure in cerca di emozioni o della loro dimensione creativa. Il viaggio è quella frontiera che occorre valicare per ricongiungersi alle immagini interiori che a volte vanno cercate al di fuori degli spazi conosciuti.

René Magritte, ceci n’est pas une pipe, 1929
René Magritte, l’impero delle luci, 1954
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