Come sempre.

Marika Mannino- Sociologa specializzata in Comunicazione e Marketing. Ha vissuto temporaneamente tra Roma e Milano per 21 anni. Ritornata ai piedi dell’Etna, si occupa di consulenza, formazione e promozione del territorio.

Anno domini 2020. Poche cose infondono fiducia nel futuro. Una di queste sono le abitudini. Come una catena al collo lasciata un po’ lenta o un confortevole cuscino su cui poggiare la nuca. L’abitudine è una certezza quotidiana, modellata con arte sartoriale da noi stessi su noi stessi, cucita con doppia impuntura nel nostro contesto di riferimento. Una complessa relazione tra processi cerebrali e risposte comportamentali, direbbe uno psicoterapeuta di grido. Un soggetto da evitare, per cantarla in chiave pop come i Subsonica. O più semplicemente, qualcosa che si fa spesso, come la definisce il pragmatico Aristotele. Abitudine è posizionare i nostri oggetti sempre allo stesso modo, bere il caffellatte nella stessa tazza ogni mattina, dare il bacio della buonanotte alla stessa persona tutte le sere. Questi però sono tempi duri per le consuetudini, soprattutto per quelle sociali, tutte quelle norme che nessuno ha scritto. Regole che abbiamo interiorizzato senza quasi rendercene conto, archetipi di comportamento durante le cosiddette fasi di socializzazione primaria e secondaria: nelle interazioni familiari, a scuola e per imitazione di modelli veicolati dai media. Nel Codice Civile troviamo le disposizioni per sposarci, per lavorare, per creare un’associazione. Ma il diritto non ci ha mai imposto leggi su come approcciare qualcuno, quando sorridere, come salutare, come creare empatia, a che distanza parlare davanti ad uno sconosciuto.

Poi è arrivato il Covid ed i decreti emergenza che, saltando tutte le file di attesa dei cambiamenti culturali, si sono permessi di entrare a gamba tesa nel merito delle regole delle interazioni sociali.

Da quel momento, niente è stato più uguale a prima. Con sgomento e riluttanza, tante certezze consolidate nelle nostre vite sono venute meno e abbiamo appreso che le tacite regole della prossemica si sono repentinamente trasformate in rigide norme di distanziamento sociale. I protocolli di sicurezza hanno stravolto la dimensione interpersonale, portando timore e diffidenza nella vita quotidiana di tutti gli esseri umani del pianeta terra, vietando, uno tra tutti, quel gesto che da secoli rappresenta l’incipit dell’affiliazione sociale: la stretta di mano. Pure con la libertà di espressione facciale non stiamo messi per niente bene. Con l’obbligo della mascherina, i nostri occhi sono diventati l’unico faro interpretativo di chi ci troviamo di fronte. Dimentichiamoci quindi di cogliere quelle sfumature nei sorrisi, nei nasi che si arricciano e andiamo a socializzare a tentoni, che forse è più facile stare a casa e scriversi in chat. Una cosa è certa: abbiamo sviluppato una certa abitudine anche nel vedere, senza il minimo trasporto, cruente immagini di violenza, di guerre e di estrema povertà. Ma a tutto questo ancora no, non vogliamo abituarci. Siamo riluttanti e in attesa. In attesa di tornare al come sempre.

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