L’attesa.

Nulla è scontato nella vita, neanche il viverla e attraversarla.
Nulla nei rapporti che si intrecciano.
Nessuno ti garantisce che sarà facile.
Ma fermati un istante e guarda tuo padre.
Ricorda sempre, se puoi, la fatica dei suoi anni spesi per darti agio e amore.
Ricorda i giochi e quando ti insegnò ad andare in bici.
Le corse sulla sabbia e le partite a ping pong.
Di quando ti faceva ripetere i capoluoghi di provincia e le date della storia.
Ricorda l’ansia dei suoi occhi la prima volta che sei tornato a casa nel cuore della notte.
Adesso che la vita lo abbandona non lesinare le carezze e le risate.
Avvolgilo di quell’amore che lui per primo ha dato.
La vita è un ciclo inesauribile e se sarai capace di dare amore in qualche modo ne riceverai

Eppure… sì, mi viene da dire eppure. Non è mai cosa scontata la devozione di un figlio. Se è pur vero che non tutti i genitori la meritano esistono ahimè casi in cui essi vengono posteggiati o peggio dimenticati senza un motivo forte che spinga a tale gesto. I figli si sa sono esigenti sempre ammantati di un feroce ruolo da censori; il genitore è ai suoi occhi infallibile e qualsiasi errore viene percepito come intollerabile e condannabile. Spesso, troppo spesso, ci si dimentica che un padre o un madre sono innanzitutto esseri umani e in quanto tali fallaci. Nessuno fornisce un libretto di istruzioni e il ruolo è ricoperto come meglio si può. Ho visto genitori attendere una lettera, una telefonata o una visita di un figlio. Ho visto anziani che ogni giorno si incamminano fianco a fianco raggiungendo sempre la stessa panchina al porto di Salina, in attesa di un figlio che non verrà. Spesso lei con voce che quasi sembra un sospiro e le muore in gola bisbiglia una speranza. I loro passi sono ormai incerti per l’età e lui sostiene la moglie che con quei piedi storti per i dolori. Lei si tormenta e lui amorevole la tranquillizza. Li ho osservati silenziosa. Lei, le mani chiuse in un pugno a contorcere il vestito a fiori, rivolge sempre le stesse dolorose domande con la voce che si strozza in gola e lui che con forza d’animo per due che tenta di calmarla. È sanguzzu nostru, le ripete, accampando mirabolanti giustificazioni.
Ancora adesso sento la stessa fitta dentro, quel dolore sordo che avrebbe voluto urlare. La mestizia e l’afflizione di quei due anziani genitori, abbandonati e dimenticati per chi sa quale motivo mi brucia dentro come una ferita.
Ritrovo questa ferocia nelle parole di Tommaso Giagni che nel suo libro “Prima di perderti” dice: “L’ultima volta insieme tra padre e figlio non è stata commovente, non ha avuto nulla di quello che dovrebbe avere un’ultima volta”.
Diceva Oscar Wilde “I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano”.
Essere morti dovendo vivere, e l’assassino è colui al quale hai dato la vita: c’è morte più terrificante?


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