Dipartita 4.0: la morte nell’era di Zuckerberg.

Hai presente quando sogni di morire, per vedere chi verrà al tuo funerale? Questa è una delle domande che si poneva Niccolò Fabi con la canzone Rosso nel 1997, immaginando la sua dipartita. Oggi se sogniamo di morire è anche per vedere chi scriverà sul nostro profilo Facebook.

Si, perché anche la morte si è digitalizzata. Chi muore diventa un fantasma digitale al quale ci rivolgiamo per manifestare il nostro dolore, scrivendo sulla sua bacheca virtuale o mandando un messaggio vocale al suo account Whatsapp. E anche quando non cerchiamo alcun contatto virtuale con il defunto, ecco che questo irrompe, suo malgrado, nella nostra timeline, per ricordarci il suo compleanno o il selfie fatto insieme cinque anni prima.

Siamo entrati nell’era dell’immortalità digitale: un’immortalità che, per delega, affidiamo a Mark Zuckemberg, nel momento in cui sottoscriviamo e apriamo il nostro profilo social. Anche perché, se in vita non abbiamo condiviso con qualcuno le nostre password in modo da gestire o chiudere i nostri profili post mortem, questi rimangono attivi. Sociologicamente, potremmo chiamarla dipartita 4.0: una scomparsa dal mondo reale che assume contorni sempre meno definiti grazie al mondo virtuale, in cui si innescano una serie di nuove abitudini e pratiche culturali che collettivizzano la manifestazione e l’elaborazione del lutto attraverso la comunicazione scritta e visuale. Una nuova pratica sociale, anche più forte dell’estremo saluto celebrato con il funerale.

Grazie a tutto ciò, chi ci lascia diventa quindi un immortale digitale. Uno tra i tanti però. Pare infatti, che oggi ci siano più di cinquanta milioni di utenti social passati a miglior vita, anche se questi dati non sono mai stati diffusi ufficialmente. Di questo passo, tra qualche anno, i profili dei deceduti supereranno quelli dei vivi.

Facebook, abbandonato e snobbato dai millenials e dalla generazione z, rimane popolato da boomers e quarantenni e si avvia a trasformarsi in cimitero ufficiale dell’internet. Non solo. Se muore qualcuno, è la nostra timeline social a farcelo scoprire. Il post pubblicato dalla prima persona che annuncia la triste notizia di una dipartita sta sostituendo la funzione degli annunci mortuari cartacei listati di nero che si trovano agli angoli delle strade di paese. Solo che in certi casi, vuoi per l’emozione del momento o per la voglia di innescare la curiosità del pubblico virtuale, il triste annuncio risulta spesso criptico e approssimativo a causa della impossibilità di capire chi sia la persona passata a miglior vita. E da lì, la frenetica pioggia di ansiosi punti interrogativi e RIP a prescindere. Momenti di suspence irripetibili, in cui la popolarità dell’annunciatore e del defunto toccano picchi di audience improvvisa, facendo aumentare del 30% le interazioni nella cerchia social. Senza contare che nei casi di lontana parentela o di superficiale conoscenza il messaggio di condoglianze social ci esime anche dalle telefonate, dai telegrammi e dalle visite. Possiamo allora affermare che Facebook fa anche funzioni di agenzia funebre e imbalsamatore virtuale? Non è uno scherzo. Chi muore oggi non ci lascia come nel ‘900 solo fotografie e video, ma tutta una narrazione e testimonianza storica fatta di post, pensieri, emozioni, messaggi vocali e di testo. Tutti contenuti che, grazie alla tecnologia, potrebbero prendere letteralmente vita tra qualche anno grazie a quella che gli scienziati chiamano eternità aumentata. Se la morte da un lato viene sempre più nascosta, allontanata con l’ospedalizzazione dalla nostra esperienza, celata ai bambini, se parlarne è a dir poco scabroso, è però arrivato quel momento annunciato da Zygmunt Bauman in cui vita e morte si confondono e il prima e il dopo non contano più.

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