Questi fantasmi.

Siamo così razionali, terreni, solidi nelle nostre fragilità. Vogliamo avere tutto sotto controllo, essere capaci di trovare una risposta per ogni cosa, quella risposta in grado di mettere tutte le caselle nel loro rassicurante posticino. Ciò che non riusciamo a spiegare ci spaventa, ci mette in allarme, ci fa dubitare di noi stessi e talvolta persino della nostra integrità mentale; eppure, talvolta, accadono cose inspiegabili che vanno oltre e che, paradossalmente, ci rimettono a posto, ci rammendano l’anima e ci rimettono in piedi. È successo tutto così, in un autunno tiepido, di quelli che, mettendo a dormire la natura, regalano ancora giornate gradevoli e color oro. Quella notte di dormire non se ne parlava proprio, la mente sembrava abitata da cavalli impazziti lanciati in una corsa feroce contro le palizzate, incapaci di trovare una strada fuori dal recinto. Le soluzioni sembravano non esistere, tutto si era sgretolato, intorno non c’era altro che buio. Ormai non dormivo più da giorni e l’ingresso in un loop negativo sembrava inevitabile, una melma in cui lasciarsi scivolare e poi inghiottire. Sul comodino accanto a me alcune foto che mi ero ripromessa di sistemare il giorno dopo, ne presi in mano un paio, ritraevano i volti sorridenti dei nonni, mi sorpresi a sentirne la mancanza e a desiderare di udirne ancora le voci, le storie da ascoltare a bocca aperta prima di addormentarmi. Scivolai in un sonno strano, una sorta di dormiveglia. In quel calore mentale, che sembrava somigliare a qualcosa di simile alla serenità, percepii chiaramente un contatto, una carezza sulla guancia. Mi svegliai all’improvviso, la guancia ancora pervasa dal calore di quella carezza impossibile. Serenamente chiusi gli occhi e, per la prima volta dopo mesi, mi addormentai veramente. Quella fu la prima di tutte le notti seguenti, fatte di riposo vero. L’indomani tutto apparve diverso, non vedevo più limiti e quei cavalli che mi scalpitavano nel cervello furono liberi di correre ovunque, a loro piacimento, senza barriere. All’improvviso il sipario si era aperto e dietro c’era la vita, c’ero io, c’era tutto. Non so cosa sia accaduto quella notte, ma voglio pensare che l’inspiegabile si sia messo in contatto con me, permettendo ad affetti lontani di parlarmi, di restituirmi alla vita. Sento ancora il calore di quella carezza “fantasma” e la conservo come una piccola dose di carica personale di fiducia. L’irrazionale al servizio del razionale, questo credo sia stato, questo voglio credere che sia e questo mi basta.

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