Il labirinto è una delle immagini più longeve e versatili della Storia dell’arte. Non è solo un motivo decorativo o architettonico poiché nell’Arte il labirinto non serve semplicemente a farci perdere, ma a farci capire “come” ci perdiamo. Partiamo dal mitico labirinto di Creta dove Dedalo costruisce uno spazio che disorienta ma Teseo lo attraversa grazie a un’idea: il filo di Arianna. Fin dall’inizio, quindi, il labirinto non è un problema meramente spaziale ma è un problema concettuale. Un tema perfetto per l’Arte. Nel Medioevo il labirinto entra nei pavimenti delle cattedrali, e cambia funzione, non confonde ma guida. È un percorso unico, da seguire lentamente, come a simboleggiare il viaggio spirituale. Qui il labirinto non è caos ma disciplina, non scelta ma attesa dove camminare diventa un atto di meditazione. Un pellegrinaggio in miniatura, un percorso unico e tortuoso che porta lentamente al centro. Con il Rinascimento e il Barocco il labirinto si sposta nei giardini: siepi, bivi, prospettive. È una perdita controllata, elegante, quasi ludica. L’Arte del giardino diventa un’anticipazione dell’Arte contemporanea come esperienza immersiva dove il pubblico non lo guarda ma lo attraversa. Nel Novecento il labirinto smette di essere solo una forma e diventa una struttura mentale. Escher traduce il labirinto in paradosso visivo: scale che salgono e scendono insieme, spazi impossibili che si autoannullano. O Piranesi, molto prima, con le sue Carceri d’invenzione, veri e propri incubi architettonici dove l’uscita sembra sempre esistere ma non arrivare mai. Qui il labirinto è mentale, prima ancora che fisico. Nel contemporaneo il labirinto diventa spesso esperienza totale. Installazioni immersive, percorsi obbligati, ambienti interattivi. Da Olafur Eliasson a Carsten Höller, l’Arte ci chiede di entrare, non solo di guardare. Ma attenzione perché non sempre c’è un centro, e non sempre c’è una soluzione. Il labirinto contemporaneo riflette un mondo complesso, frammentato, senza gerarchie chiare. A volte ci si perde e basta. Ed è esattamente il punto. In fondo, il labirinto nell’Arte funziona perché assomiglia molto al nostro modo di conoscere. Non procediamo in linea retta. Torniamo indietro, sbagliamo strada, cambiamo idea. L’opera-labirinto non ci chiede di capire tutto, ma di restare dentro il percorso. Forse è per questo che continuiamo ad esserne irresistibilmente attratti. Perché, in un mondo ossessionato dalle scorciatoie, il labirinto ci ricorda che la complessità è una sfida, è un’esperienza che ci invita a rallentare. A restare dentro la complessità per considerare, almeno per un momento, che perdersi non sia un errore, ma un’esperienza necessaria.
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Sono Carmen, classe ’78, e dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania e la specializzazione in grafica inizio un percorso di poliedriche esperienze: mostre d’arte, insegnamento, architettura, design e pubblicità. Con le altre socie, dal 2014, sono cofondatrice dell’Associazione Culturale “Le Ciliegie” dove rivesto l’incarico di copywriter e mi occupo di grafica 3D.