In Italia gli anni Sessanta non sono certamente famosi per la cura dell’ambiente e le architetture ecosostenibili. In un’Italia che cresceva e lasciava le campagne, era l’edilizia a farla da padrona, spesso a scapito di territori ormai irrimediabilmente deturpati. In questi anni si muoveva un uomo che dedicò tutta la sua vita alla creazione di un paradiso difendendolo dagli artigli di coloro che ne avrebbero fatto scempio in favore di un’edilizia popolare a basso costo. Quest’uomo era Ettore Paternò del Toscano e la sua storia me la racconta sua nipote Stena, affiancata dalla mamma, Barbara, che di recente hanno ristrutturato e riaperto al pubblico quest’angolo verde appena fuori dalla città di Catania e alle pendici del suo vulcano.
“Mio nonno amava definirsi un giardiniere, era appassionato di botanica e in questo anche affiancato da mia nonna che, in più, adorava l’arte e dipingeva eterei acquerelli, delicati come le rose che amava tantissimo” racconta Stena all’ombra di questo giardino sulla lava. “Questo terreno lo acquistò dopo la guerra, qui costruì la sua casa e cominciò a lavorare alla realizzazione del giardino. Iniziò a importare anche piante subtropicali. Il clima siciliano, la qualità della terra vulcanica, riteneva che avrebbero accolto questo genere di vegetazione permettendone una crescita rigogliosa”. I quattro ettari di terreno ricco divennero ciò che vediamo oggi “un luogo in cui, per la bellezza che lo contraddistingue, è presente la mano di Dio, come diceva mio nonno” continua Stena, “ma non fu tutto rose e fiori, è proprio il caso di dirlo. Intorno al parco, i terreni divennero edificabili e anche questo faceva gola. Divenne difficile difenderlo, dimostrare che si era immersi in un luogo storico. Mio nonno iniziò a temere espropriazioni e vedere distrutto il lavoro di una vita. Lui che aveva lavorato, dando la sua impronta, a giardini in Sicilia, nel resto d’Italia e persino in Svizzera, creando paradisi per amici e committenti di rilievo, rischiava di perdere il suo.” Stena e sua mamma raccontano con gli occhi lucidi le battaglie di Ettore e sua moglie, la paura di doversi arrendere a un sistema che non era ancora pronto a sentir parlare di ambiente. Fu proprio la natura a fornire le risposte per la salvezza di questo angolo cresciuto a suon di amore e duro lavoro. Tra piccoli corsi d’acqua, stagni di ninfee e all’ombra di alberi antichi, è ancora visibile la traccia, fattasi roccia, di un’antica eruzione del 1444, con i suoi dislivelli che rendono unico il luogo e la presenza di vegetazione secolare da difendere dall’estinzione. Il luogo che tanto amava gli stava suggerendo i punti di forza su cui basare la sua salvaguardia. “Non è stato semplice e i momenti di sconforto talvolta rischiarono di sopraffare i miei nonni, ma alla fine riuscirono a dimostrarne la valenza di giardino storico etneo. Il loro gioiello era salvo e divenne meta di illustri studiosi di botanica, architetti e riconosciuto dal Ministero della cultura”. Questo orgoglio di famiglia oggi è aperto al pubblico. Si può godere della visita guidata e di una suggestiva ambientazione per eventi dal sapore intimo come piccoli concerti acustici, presentazioni di libri o laboratori di cucina negli spazi adibiti nel cuore del bosco. Sotto le fronde che regalano ristoro e ossigeno, non posso fare altro che ringraziare Ettore Paternò del Toscano con sua moglie per la lungimiranza, sua figlia Barbara e la nipote Stena per la passione e il garbo con cui portano avanti e difendono un sogno che si è avverato.






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