Tutela del patrimonio storico: un mondo ancora tutto da scoprire.

di Marina Malgioglio.

Diciamoci la verità: negli ultimi decenni se si parla di archeologia la mente ci porta a fantasticare su una vita degna delle avventure di un libro di appendice.

Per fare un po’ di chiarezza e conoscere meglio questo mondo, ho incontrato la dottoressa Flavia Bonaccorsi, conservatrice del patrimonio storico-artistico e archeologa.

Davanti ad un ginseng scambio due convenevoli con questa donna dal piglio sicuro ma la curiosità è tanta e così le chiedo subito quali sacrifici, quale impegno ha richiesto questa scelta di studi, quanto ha forgiato la sua vita, dettandone ritmi e scelte.

Come qualsiasi percorso universitario serio, richiede impegno. Ma la vera differenza la fa quanto scegli di esserci davvero. Io ho avuto la fortuna di formarmi allAlma Mater Studiorum di Bologna, ununiversità che non si limita a erogare didattica, ma accompagna realmente gli studenti: docenti presenti, strutture funzionanti, unamministrazione efficiente. Non è scontato, purtroppo. Detto questo, gli anni universitari ti plasmano, inevitabilmente. Ritmi, priorità, scelte quotidiane, tutto viene influenzato, soprattutto se come nel mio caso sei anche studentessa lavoratrice. È una palestra continua di organizzazione e resistenza.

Mi viene spontaneo chiederle se sia ad oggi difficile orientarsi sull’iter universitario da seguire.

Credo che il vero discriminante stia nella scelta iniziale. Trovare subito il percorso che ti appassiona fa la differenza. Molti abbandoni universitari nascono da scelte poco consapevoli, spesso per mancanza di un’adeguata informazione formativa prima dell’iscrizione. Ed è un peccato, perché oggi gli strumenti per orientarsi ci sono: open day, incontri, materiali. Il punto è usarli davvero.

Essere consapevoli è fondamentale per almeno tre motivi: perché l’università in Italia ha un costo; perché ogni settore ha strade, specializzazioni e possibilità molto diverse; e perché, nel mio ambito specifico, esiste ancora l’idea – surreale – che per fare l’archeologo o il conservatore non serva una formazione universitaria. Mi è capitato più volte di sentirmi dire: -Ah, ma serve la laurea? Fino a dieci anni fa non era così!, – Quando la storia stessa della disciplina, da Bianchi Bandinelli in poi, dimostra il contrario da quasi un secolo.

Mi risponde parlando con passione e con estrema lucidità e mi appare evidente quanta forza di volontà ci siano in lei. Passo così alla domanda successiva sulle difficoltà che presenta oggi il suo lavoro anche in relazione all’attenzione che le istituzioni dimostrano per la cura del nostro patrimonio storico.

Le difficoltà? Praticamente tutte. Mancano posti di lavoro stabili, i concorsi sono spesso strutturati male e non valutano davvero le competenze, gli stipendi non sono adeguati a figure altamente specializzate. A questo si aggiungono il blocco delle nuove ricerche, il depotenziamento dei dipartimenti, università sempre più a corto di fondi, soprintendenze sovraccaricate e talvolta affidate a figure che non coprono tutte le specializzazioni richieste dai territori. È un paradosso che conosciamo bene: viviamo nel Paese con la più alta concentrazione di beni culturali al mondo e, allo stesso tempo, investiamo pochissimo per studiarli, conservarli e renderli adeguatamente fruibili. Eppure la cultura potrebbe essere uno dei principali motori economici dello Stato. Invece si continua a puntare sul turismo di massa, a ritardare lammodernamento museale, a sottovalutare la comunicazione. Anche sui social: che piaccia o no, oggi il dialogo con il pubblico passa da lì, e usarli male o non usarli affatto è un autogol enorme.

Non stupisce, quindi, che molti professionisti formati in Italia scelgano di andare all’estero, dove la formazione italiana in ambito culturale è ancora considerata tra le migliori. Il vero paradosso è questo: lo Stato investe nella tua formazione e poi smette di considerarti una risorsa su cui continuare a puntare.

Le domando se essere donna è una difficoltà in più oppure è un settore professionale in cui c’è parità di riconoscimento.

In questo settore c’è una cosa che non fa distinzioni di genere: la sottopagazione. Siamo tutti ugualmente penalizzati. La presenza femminile, inoltre, è da sempre molto forte. Non credo che il problema centrale sia questo, e anzi penso che insistere troppo su questa chiave rischi di confondere il nodo principale: la mancanza di un sistema equo, strutturato e competente. In alcuni contesti, qualche differenza può emergere. Penso ad esempio alla sorveglianza archeologica in concomitanza con lavori stradali, dove larcheologo è presente per verificare che il sottosuolo non conservi beni da tutelare. Può capitare che il team impegnato nei lavori non abbia mai avuto a che fare con un archeologo e, in alcuni casi, se chi copre quel ruolo è una donna, che inizialmente non ne venga riconosciuta lautorità. Ma parliamo di bias sociali che esistono a prescindere dalla professione. Se devo fare una nota personale, però, colgo loccasione per dire questo: in anni di scavo ho visto una resistenza femminile straordinaria. Non parlo di forza fisica, ma di tenacia, lucidità, capacità di reggere condizioni climatiche e psicologiche molto dure. Su questo, le colleghe e allieve che ho incontrato mi hanno spesso impressionata.”

Incuriosita le chiedo se ci sono altri fattori discriminanti o situazioni che rendono tutto più difficile.

Il vero problema che emerge in contesti come questo è l’idea che l’archeologo sia lì per rallentare i lavori, una sorta di “disturbo” incaricato di tutelare “cose vecchie”. Ovviamente non è così, e nella maggior parte dei casi si lavora molto bene anche con ditte specializzate, dove gli operai sono formati allo scopo e condividono lo stesso obiettivo. Quando il fine ultimo è comune, la collaborazione funziona ed è anche molto sana.

Le domando come agirebbe da un punto di vista divulgativo per sensibilizzare ulteriormente l’attenzione pubblica sulla conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale

In realtà lo faccio già da anni, perché nel mondo culturale siamo terribilmente indietro. E più che sensibilizzare ulteriormente bisognerebbe iniziare davvero a sensibilizzare.

Mi è capitato più volte che mi chiedessero cosa faccia, concretamente, un archeologo. Il metro di giudizio collettivo, del resto, è ancora Indiana Jones o Lara Croft – affascinanti, certo, ma molto lontani dalla pratica archeologica reale. C’è chi resta sinceramente basito nello scoprire che il pennello è spesso l’ultimo strumento che utilizziamo: per la maggior parte del tempo imbracciamo pale e picconi, spostiamo quantità impressionanti di terra e, quando serve la massima precisione, finiamo per “rubare” gli specilli ai dentisti. Anche limmaginario dellarcheologo in completo color avana è piuttosto distante dalla realtà: labbigliamento è tecnico, antinfortunistico, pensato per lavorare in sicurezza. Anche quando sei a luglio, in spiaggia, con trenta gradi allombra. Ecco perché raccontare davvero cosa significa questo lavoro è fondamentale: senza una comunicazione corretta, il patrimonio resta distante, astratto o, peggio ancora, banalizzato.

La invito a spiegare in cosa consiste il suo ruolo di conservatore, una figura professionale forse poco nota.

Se il mestiere dell’archeologo è poco conosciuto, quello del conservatore lo è ancora meno. Spesso ho l’impressione che ci immaginino come una sorta di bibliotecari del patrimonio, o qualcosa di vagamente simile. In realtà il nostro lavoro è tutt’altro. Il conservatore si occupa dello studio dei reperti, della loro valutazione scientifica, delle condizioni necessarie per garantirne il mantenimento nel tempo, inclusa la disposizione di esami specifici da effettuare in laboratorio. Significa stabilire come e dove un bene può essere esposto, monitorare costantemente lambiente che lo ospita temperatura, umidità, luce organizzare correttamente i depositi, prevenire il degrado prima ancora che si manifesti.

È un lavoro meno visibile, forse meno “romanzabile”, ma assolutamente centrale perché senza conservazione non esiste valorizzazione. È la parte silenziosa della tutela, quella che permette al patrimonio di arrivare integro non solo al pubblico di oggi, ma anche a quello di domani.

Mi pare di capire che ci sia ancora molto da fare affinché non solo le istituzioni ma anche il semplice cittadino abbiano coscienza di tutto questo.

Nella maggior parte della popolazione manca una reale consapevolezza di cosa significhi “bene da tutelare” né come si faccia. Manca il senso di responsabilità collettiva, manca l’interesse. Questo accade perché non si investe abbastanza – e bene – nella comunicazione. Esistono eccellenze, come il Museo Egizio di Torino, che sono fari da seguire. Ma se guardiamo il quadro generale, parliamo di migliaia tra musei e aree archeologiche che comunicano pochissimo o male. E questo crea distanza, non coinvolgimento. Proprio per questo ho deciso di specializzarmi anche in comunicazione museale e digital heritage. Il museo oggi deve essere uno spazio multiesperienziale, non un luogo di fruizione passiva. Allestero lo hanno capito da tempo. C’è poi un problema enorme: la diffusione di fake storiche, immagini manipolate, complottismo archeologico. Ho lavorato a lungo nel debunking e nella divulgazione proprio perché lassenza di una comunicazione scientifica accessibile lascia spazio a queste derive. E oggi continuo a farlo, sia attraverso progetti condivisi, sia tramite una testata digitale nazionale.

Le risposte arrivano come fiumi in piena e ricche di non poco fervore tanto da farmi venire l’innocente desiderio di seguire le sue orme. Così mi viene spontaneo chiederle se si sentirebbe di consigliare questo percorso accademico e lavorativo e se sì, quali consigli darebbe al giovane che vuole intraprenderlo.

No. E potrei anche fermarmi qui. Scherzi a parte: sì, se si è disposti a guardare oltre i confini nazionali; con molte riserve, se si vuole restare in Italia. Lo dico sulla base dellesperienza mia e di tantissimi colleghi, distribuiti su tutto il territorio: spesso è necessario affiancare lavori completamente diversi per riuscire a sostenersi. Capita anche che archeologi formati per il campo si reinventino come guide o in ruoli affini, che però dovrebbero essere coperti da chi ha seguito percorsi specifici. La tutela del patrimonio è interdisciplinare, certo, ma proprio per questo ognuno dovrebbe poter fare il proprio lavoro, in sinergia. Dal punto di vista formativo, lo consiglierei senza esitazioni. Dal punto di vista lavorativo, serve un piano molto lucido, la capacità di reinventarsi e laccettazione che il percorso non sarà lineare. Io stessa mi sono sempre immaginata sul campo, tra sabbia e terra e lì ho passato molti anni. Oggi, invece, lavoro sulla digitalizzazione del patrimonio, sulle esperienze immersive, sui percorsi inclusivi, sulle ricostruzioni 3D, sui progetti didattici e perfino nella cybersecurity applicata al contesto culturale.

All’estero le opportunità sono diverse e spesso più concrete. Consiglio sempre un’esperienza fuori, anche breve, sapendo però che metodologie ed etica cambiano da Paese a Paese.

Sarò di parte e probabilmente eccessivamente romantica, ma continuo a pensare che questo sia il mestiere più bello e necessario del mondo. L’idea di portare avanti il lavoro di chi c’è stato prima di te, attingere ai suoi lasciti e, a tua volta, fare in modo che qualcosa arrivi a chi verrà dopo, ha molto il senso di una staffetta, di un passaggio di testimone. È una vera vocazione. Il mio motto infatti è “conservare il passato, donarlo al futuro”.

Il problema nasce quando anche il mondo del lavoro la vede solo così: una vocazione, o peggio una “passione”. La passione è indispensabile, certo, ma non può essere l’unico motore, perché con la passione non si pagano l’affitto, le bollette o i contributi o, ancora peggio, non ci si può continuare ad aggiornare e formare. La passione non può giustificare compensi inadeguati o assenti. Un altro problema strutturale è la richiesta continua di svolgere mansioni extra rispetto alla propria formazione o al ruolo per cui si è stati assunti. Se mi occupo di comunicazione, non posso occuparmi anche delle vendite del bookshop: non rientra nella mia formazione. Ma è un gatto che si morde la coda: i fondi sono pochi, si concentrano più ruoli su una sola figura, alcune attività vengono svolte molto bene e altre in modo approssimativo, con un carico di frustrazione notevole per chi è costretto ad accettare compiti totalmente estranei. È un sistema che non valorizza davvero le competenze e che, alla lunga, logora anche chi ama profondamente questo lavoro.

Mi resta l’immenso piacere di questo incontro e la certezza che il nostro patrimonio storico è in ottime mani.

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