Nella dissonanza c’è qualcosa di paradossalmente armonico perché ciò che destabilizza invita a formulare dei nuovi pensieri o cambiare la prospettiva e proprio per questo non ci lascia passivi ma ci provoca e ci smuove. Una nota che stona, un corpo che si muove contromano, un’opera che inquieta anziché rassicurare. C’è qualcosa di profondamente umano nella dissonanza. Stiamo vivendo un’epoca incentrata sulla perfezione digitale e dall’estetica dell’algoritmo ma l’arte che “stona” ha il potere di riportarci al reale. Alla pelle. Al dubbio del reale o del fittizio. Perché lì, dove le superfici stridono, dove il bello si fa disturbante, nasce una forza che ci obbliga a guardare meglio. John Cage affermò che non è necessario cercare l’armonia ma basta “ascoltare con attenzione il rumore del mondo”. Tornando indietro nel tempo cercando “quell’arte che non cerca pace” pensiamo al pittore Francis Bacon (1909-1992) che sceglie la frizione come linguaggio artistico. Il suo stile stridente e visivamente caotico e deformato serve ad esplorare quelle zone dove i significati si rompono e si ricompongono. Dove l’identità vacilla, la società si scontra, il corpo protesta. Le sue tele rappresentano spesso la figura umana che si deforma, si contorce, urla silenziosamente. Non c’è nulla di esteticamente composto nei suoi quadri, eppure proprio in quella deformazione brutale si rivela una bellezza spiazzante. Una bellezza che ci riguarda intimamente e che rappresenta le sfaccettature umane senza edulcorazioni. Oppure pensiamo alle performance radicali di Marina Abramović, dove il corpo diventa terreno di sperimentazione fisica e psicologica tra artista e pubblico, tra resistenza e vulnerabilità. In Rhythm 0, del 1974, Abramović si offrì come oggetto passivo all’interazione del pubblico per sei ore, con 72 oggetti a disposizione, tra cui una rosa, una piuma, una pistola carica. La tensione crebbe fino a diventare insostenibile perché gli spettatori si spinsero ad infierire su un corpo a loro disposizione oltre l’immaginabile. Dissonanza pura. Eppure, mai così vera. “La dissonanza è una forma di verità che non si lascia addomesticare” affermerà l’artista. In tempi di crisi politica, climatica, sociale, l’arte non ha solo un compito consolatorio anzi, talvolta, al contrario, ha il dovere di graffiare, di disarticolare, di dire ciò che non si vuole sentire ed è così che la dissonanza diventa gesto politico. C’è “l’arte che vive e scompare” di Tino Sehgal (1976) artista contemporaneo affascinante e radicale. Le sue creazioni non si toccano, non si fotografano, non si acquistano: si vivono. Sono sculture viventi, coreografie di corpi in movimento, azioni orchestrate che prendono forma attraverso l’interazione tra interpreti e spettatori. Un’arte effimera, fatta di presenza e relazione, che scompare nel momento stesso in cui accade. La sua è un’arte che si consuma nel tempo dell’esperienza, che si affida al gesto e al coinvolgimento diretto del pubblico “in quel momento”. Ogni sua opera è un esercizio collettivo, una situazione pensata per sorprendere, spiazzare, interrogare. E sempre senza lasciare traccia: niente video, niente cataloghi, nessun documento. Solo ricordi. Alla base del suo lavoro c’è una riflessione profonda sul ruolo dell’arte nella società e sul suo rapporto con le logiche di mercato in un sistema dominato dalla produzione e dalla circolazione di oggetti. L’artista sceglie di sottrarsi, proponendo un’alternativa radicale: opere immateriali, non riproducibili, che non possono essere vendute né conservate. In un’epoca in cui tutto tende a essere archiviato, registrato e condiviso, l’arte di Sehgal ci invita a fermarci, a essere presenti, a vivere l’opera nel qui e ora.
Copyright ©️ 2020-2030, “Spazi Esclusi” – Tutti i diritti riservati.

Sono Carmen, classe ’78, e dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti di Catania e la specializzazione in grafica inizio un percorso di poliedriche esperienze: mostre d’arte, insegnamento, architettura, design e pubblicità. Con le altre socie, dal 2014, sono cofondatrice dell’Associazione Culturale “Le Ciliegie” dove rivesto l’incarico di copywriter e mi occupo di grafica 3D.
Anonimo per la privacy
14 Settembre 2025 — 18:55
L’articolo mi ha fatto riflettere sui comportamenti così detti “trasgressivi”… questi possono generare un misto di sdegno e disgusto da un lato, ma anche fascino e eccitazione dall’altro.
Grazie per questo spunto di lettura, ormai non ci si ferma più a riflettere e si corre veloci senza troppe domande.
wp_9822562
27 Settembre 2025 — 19:47
L’arte può darci occhi nuovi per guardare il mondo. Grazie a te
per aver condiviso questo pensiero.