Il cielo stasera è immobile, grigio, il buio scende come un liquido scuro a inghiottire tutto: i palazzi, le strade umide di pioggia, gli alberi nei parchi e le anime della gente. Eppure, quell’immobilità è quasi rassicurante da quando ogni bagliore significa esplosioni per l’impatto di un odio che arriva dal cielo, anticipato dall’urlo delle sirene e dal rombo sordo degli aerei della Luftwaffe. La stanza è carica di fumo e silenzio. Il sigaro disegna volute bianche che danzano fin quasi al soffitto. Londra e i suoi abitanti sono stremati e lo è anche l’uomo la cui ombra si allarga sulla parete alle sue spalle. Respira a fatica, non dovrebbe fumare, né tanto meno bere, tossisce ma non rinuncia ai suoi muti testimoni dei pensieri che gli agitano l’anima. Il liquido ambrato in fondo al bicchiere riflette la luce fioca di quello studio sotterraneo. Se chiude gli occhi l’uomo riesce a vedersi fuori da quelle mura, se tiene le palpebre imperlate di sudore ben serrate riesce a sentire il profumo dei fiori freschi sopra il tavolino del salotto, a vedere i raggi obliqui del sole estivo danzare sul tappeto preferito di sua moglie e udire i passi leggeri di lei. In quei momenti, quando “il cane nero”, come lo definisce lui, gli morde l’anima con inaudita ferocia, quelle immagini gli restituiscono tranquillità e conforto, il tempo necessario per parlare alla nazione e infonderle coraggio, perché una nazione non è solo confini, una nazione è fatta di persone e quelle persone, uomini, donne e bambini con ancora l’intera vita davanti, sono soffocate dalla morsa di una guerra chi li sta consumando. Tutti quei volti, migliaia e migliaia, gli sembra di vederli, si stanno affidando a lui. Ogni suo discorso, ogni gesto, sono un appiglio, un minuscolo passo che li condurrà fuori dal baratro. L’uomo apre gli occhi, immerge lo sguardo in quello limpido e profondo di Nelson, le dita scorrono sulla pelliccia grigia e morbida di quel gatto che ama profondamente e che, con il ritmo delle sue fusa, riesce a sconfiggere per un po’ il demone che vive nella sua anima, lo calma e lo riporta fuori dal fango nero della depressione. La mano trema un po’ mentre la penna corre sul foglio riversando su carta un pensiero, un abbozzo di discorso. L’uomo prende una boccata di fumo, tossisce, poi, con un filo di voce, legge quanto scritto: “…combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle piste di atterraggio, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline, noi non ci arrenderemo mai.” Nelson socchiude gli occhi e sembra sorridere, consapevole che il suo “umano” è più forte della depressione, più forte del nemico oscuro che vive nella sua mente e di quello che affligge l’intera Europa. Ma Nelson non è un gatto qualunque, Nelson è il gatto di Winston Churchill e lo sa.

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