I passi e le voci allegre dei pochi turisti rimasti. Le note di un leggero pezzo musicale che volano fuori da una finestra aperta su questo autunno dorato e un po’ malinconico. L’atmosfera regala al centro storico della cittadina di San Miniato un silenzio che accende i pensieri e permette a mura e vicoli di raccontarsi. Ombre antiche, sussurri. Le voci si susseguono e prendono vita nel mio immaginario, corrono e mi pare di udirle srotolarsi dietro ogni angolo, sotto ogni arco e giù fino alle vicine campagne tra le colline toscane. Racconti a mezza bocca, sguardi che puntano e subito si abbassano affinché la strega non senta, la strega non veda, ma oda e veda chi “deve” udire e vedere. Un filo oscuro di parole che si fanno anelli di fredde catene pesanti e stridule. «Non dimenticherò mai lo stridore di quelle catene mentre mi tiravano giù dal carro.» L’ombra di Gostanza da Libbiano si racconta, la macchina del tempo che alberga dentro di me è già partita e io sono lì, in una San Miniato di fine Cinquecento. Vedova e avanti con l’età, Gostanza era arrivata dal borgo di Libbiano portando con sé le proprie conoscenze di guaritrice e levatrice. Sapeva far nascere i bambini Gostanza, sapeva dare conforto e alleviare dolori di corpo e spirito. «Ero sola, senza un marito e senza figli ma con questo mio sapere. Quante piaghe ho sanato, quanti bambini hanno visto la luce grazie a queste mani» me le mette quasi davanti al viso le sue mani, nodose ed esperte, forti e fragili al tempo stesso. Tutto quel sapere, a qualcuno, non piacque. Quel lavorar di erbe e unguenti, di polveri e ricette sconosciute ma efficaci, potevano, in una donna, essere solo frutto di un patto con il diavolo e chi conosce come curare conosce anche come uccidere. Arrivarono illazioni, sospetti, accuse, prima velate poi esplicite, arrivarono l’arresto, la tortura, la confessione. «Mi portarono qui» prosegue Gostanza indicando un punto con lo sguardo «in catene come un’assassina, sotto lo sguardo della gente, la stessa gente cui avevo offerto i miei servigi. Divenne difficile non confessare anche il peggiore abominio quando, appesa a una corda, i muscoli si strapparono, le giunture si disarticolarono e non ebbi più fiato per urlare.» Aveva quasi sessant’anni Gostanza quando venne arrestata con l’accusa di stregoneria. La condanna era vicina, del resto aveva confessato anche con dovizia di particolari. La morte è preferibile allo strazio delle torture. Le fiamme stavano per diventare l’ultimo atto di una vita come tante. «Quando sentii l’alito fetido, seppur pietoso, della morte ebbi paura e negai tutto “non è vero niente! Ho confessato falsità per il dolore e lo strazio della tortura” gridai.» Ritrattò Gostanza, pur sapendo, in fondo al cuore, che a nulla sarebbe valsa la sua dichiarazione di innocenza, non dopo tutto quello che i solerti inquisitori avevano trascritto mentre mentiva annientata dal dolore. Eppure, un barlume di buon senso iniziò a farsi strada nell’animo dell’inquisitore, la ragione sporse in capo da dietro il drappo nero di quell’assurda e gretta malvagità. La ragione e il dubbio ebbero il volto di Padre Dionigi da Costacciano che così dichiarò:” …alla fine si è veduto che codesta povera vecchia tutto ha detto per tormenti e nulla è vero.” «Fui libera. Libera e condannata al tempo stesso, libera dalle catene ma prigioniera di un’aura che non mi avrebbe mai più lasciata. Mi fu imposto di andar via, lasciare la mia casa e non praticare mai più il mestiere di levatrice e curatrice. Fui libera ma non fui più io.» Era il 28 novembre del 1594. Viva e morta al tempo stesso, questa fu Gostanza da Libbiano. La sera è scesa su San Miniato, l’essenza di Gostanza si dissolve mentre torno al mio presente, ascoltando i miei passi sul selciato di una piccola strada, la stessa strada che udì il rumore del ferro che incatenava una donna, una delle tante. Alzo lo sguardo, piove più forte adesso e sembra che anche il cosmo provi, a suo modo, a lavar via il dolore di Gostanza e le altre.
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Mi chiamo Barbara, diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sono da sempre appassionata di Arte e Antiquariato. Amo associare l’idea di viaggio a quella di immersione nell’arte, ritenendo il mondo un prezioso scrigno colmo di tesori. La scrittura di racconti e la compagnia dei libri sono la mia vita ed è a loro che mi dedico con passione perché, citando Umberto Eco, “chi legge avrà vissuto 5000 anni, c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.