Ordynov, giovane scienziato isolato e inquieto, si innamora di una giovane sconosciuta, dopo averla sorpresa in lacrime all’interno di una Chiesa. Deciderà di prendere alloggio in affitto, presso casa sua, dove la donna vive con l’anziano compagno Murin.
Attratto da Katarina e insieme respinto dall’atmosfera opprimente della casa, il protagonista sprofonda in un’ambivalente spirale di fascinazione, gelosia e paura. I suoi frequenti malesseri, con svenimento e perdita di lucidità, sembrano incarnare in forma visibile lo sprofondare della sua anima nei buchi neri dello sgomento. Sullo sfondo di una Pietroburgo febbrile e visionaria, il rapporto tra i tre personaggi principali si trasforma in un dramma psicologico dominato da dipendenza e manipolazione che intende, in ultimo, veicolare un’idea forte: il fatto che l’essere umano possa arrivare a desiderare la propria stessa prigionia emotiva pur di eludere la propria solitudine esistenziale. La padrona di casa, la quale tutto sembra fuorché libera, è infatti avvinghiata in una incomprensibile rete di dipendenze con il compagno Murin, più vecchio di lei e legato all’occulto. Murin emerge come la figura archetipica del manipolatore carismatico, che non lega a sè tramite la forza fisica ma in maniera più sottile, mentre Katerina incarna una femminilità dolorosa e imprigionata, sospesa tra desiderio di salvezza e bisogno di sicurezza. Lo stesso Ordynov sperimenta nei confronti della donna un sentimento oscuro, legato alle ombre che lei sembra, costantemente, proiettare intorno a sè, e sulla trama. In questa breve ma intensissima opera giovanile, Dostoevskij sperimenta già molti dei temi che diventeranno centrali nella sua produzione maggiore: il conflitto tra libertà e sottomissione, il tormento interiore, la malattia dell’anima e il fascino ambiguo del male. “La padrona” colpisce soprattutto per la sua atmosfera allucinata, quasi gotica, in cui la realtà appare plastica, costantemente deformata dalle prospettive ossessive dei protagonisti. La colorazione interiore dei personaggi è tracciata a tinte forti, così da risultare emergente rispetto al piano oggettivo della storia: la città di ambientazione finisce così per assomigliare a una visione interiore, povera ma densa di simbolicità, dalle stradine impervie, i vicoli ciechi e i portoni cadenti che raccontano molto altro.
Il testo conserva una forza immaginativa sorprendente, oscillando tra sogno e realtà, tra le ombre evocate negli stati febbrili e le ambientazioni anguste reali. Sembra così sfumare, e naturalmente perdersi, il confine tra la realtà e l’immaginato. Una lettura breve ma densa, che mostra un Dostoevskij già potentissimo nell’indagine psicologica legata all’inquietudine esistenziale.
Dostoevskij, La Padrona.
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Mi chiamo Irene e sono il direttore di questo magazine on line, fondato con l’Associazione Culturale “Le Ciliegie”. Nel lontano 2003 mi sono laureata in Filosofia con 110 su 110 e lode, tesi in Bioetica sull’esistenzialismo francese, e proprio come Jean Paul Sartre, mio filosofo del cuore, ho idea che “terminerò la mia vita esattamente come l’ho iniziata: tra i libri”. Sono una giornalista culturale e una docente di Filosofia e Storia: il giornalismo è la mia scusa per scrivere, l’insegnamento la mia palestra. Ma la verità, dietro tutte queste maschere di carne, è che sono una scrittrice, e scorre inchiostro nelle mie vene.