Uno spettro si aggira nella società contemporanea: quello dell’esposizione totale. Così potremmo asserire parafrasando Marx, o meglio mettendo, come lui, in luce, un inquietante carattere della nostra epoca. Ogni cosa è visibile, l’interiorità come dimensione privata rischia l’estinzione, eppure la nostra società non appare affatto in allarme. La cultura dei social ci ha abituati a un’esposizione continua: ciò che non viene pubblicato sembra non esistere, la visibilità è un obiettivo a cui ciascun individuo sembra collaborare attivamente, ponendo volontariamente le basi della propria sorveglianza. Orwell temeva un potere che ci avrebbe costantemente osservati. Nel 1948 scrive un romanzo che descrive uno scenario terrificante in cui l’individuo è sottoposto, da una politica totalitaria, a una sorveglianza permanente: lo intitola 1984, invertendo le cifre finali, e questa scelta è fortemente simbolica, poichè si tratta di  un tempo vicino, non di un futuro remoto, in cui la distopia, già contenuta nell’oggi si manifesta. In altre parole, la paura non appartiene a un ambito fantascientifico di millenni futuri, risulta ben fondata e radicata nel presente, per quanto i principi del mondo, come le cifre, risultino capovolte. Dunque il 1984 diviene la data simbolo di una modernità temuta ma drammaticamente prossima. Foucault morì nell’anno simbolico immaginato da Orwell, eppure il suo pensiero si spinge ancora oltre: se lo scrittore del Grande Fratello temeva un potere che ci avrebbe osservati, Foucault comprese che avremmo imparato a sorvegliarci da soli poichè il controllo più efficace è quello che diventa comportamento automatico. L’autore di “Sorvegliare e punire” usa il Panopticon come metafora. Si tratta di un’opera architettonica elaborata da Jeremy Bentham nel 1791 come modello di prigione: una struttura circolare con una torre centrale da cui una guardia può osservare tutti i detenuti senza essere vista. L’idea è fortemente  psicologica: i prigionieri non sanno quando sono osservati, quindi finiscono per comportarsi sempre come se lo fossero. Nella interpretazione del filosofo diventa molto più di una prigione: è la struttura stessa della società moderna. Il passaggio è sottile ma estremamente interessante, da “essere controllati” a “imparare a esistere solo se osservati”: è l’interiorizzazione di un controllo. Tuttavia Orwell e Foucault non potevano prevedere fino in fondo una civiltà in cui gli individui avrebbero trasformato spontaneamente la propria esposizione in una forma di esistenza, e portato in tasca o al polso il proprio dispositivo di sorveglianza. Inoltre, se nel Panopticon il detenuto teme di essere osservato, nel presente digitale, spesso, l’individuo teme il contrario. I social network hanno infatti compiuto un passo ulteriore trasformando quello sguardo in bisogno affettivo. Una civiltà che progressivamente elimina tende, porte interne, stanze chiuse, e tiene tutto sotto i riflettori può indurci a credere di avere maggiore libertà, e che sia più facile “essere visti”. Si tratta però di un inganno, tutto infatti viene mostrato, e non ci si riposa mai dallo sguardo altrui. Comprendiamo allora il paradossale effetto collaterale di un eccesso comunicativo: l’informazione perde peso, e parallelamente il silenzio lo acquisisce. Nulla resta memorabile. L’eccesso di visibilità ci rende invisibili.

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