Le più grandi civiltà, è risaputo, sono sorte intorno ai fiumi. Le più grandi città, potremmo aggiungere in riferimento a tempi storici più recenti, sono cresciute intorno a un ponte. Il Ponte di Brooklyn non è solo una complessa struttura in acciaio sospeso sull’East River: è soprattutto il collegamento tra comunità diverse, la possibilità di attraversare zone geograficamente lontane, caratterizzate da visioni del mondo a volte inconciliabili. Il ponte sa essere, in questo senso, una promessa: unione tra terreni distanti, volontà di incontro. Oggi lo stesso termine “ponte” suona rivoluzionario ed evocativo. Viviamo infatti in un tempo storico che sembra preferire i muri. Muri politici, ideologici, culturali. Muri digitali, barriere architettoniche e interiori che si trasformano in paure sociali e diffidenza. Dovremmo invece ripartire dal ponte inteso come grande metafora, intenzione di superare le divisioni pur riconoscendo l’alterità: il ponte infatti non ignora la divisione, la supera senza cancellarla.
La tragedia del Ponte Morandi nel 2018 ha trasformato un’infrastruttura crollata in una ferita nazionale. Non è venuto giù soltanto un progetto: è crollata una forma di speranza. Si è sgretolata ogni fiducia nella manutenzione, nelle istituzioni, nella sicurezza quotidiana, in definitiva nel domani. La successiva costruzione del Ponte San Giorgio ha rappresentato non solo una risposta ingegneristica, ma un tentativo simbolico di ricostruzione: dimostrare che un collegamento può essere ripristinato, ma solo attraverso responsabilità, trasparenza, memoria, è questa la grande sfida della società odierna. Eppure tale evento catastrofico ci ha dimostrato che a volte è necessario non restare intrappolati in una metafora, guardare oltre il simbolo, alla concretezza del progetto che richiede fondi materiali, tecnica, studi, applicazione, investimenti di ogni tipo. I ponti veri trascendono quelli ideali, richiedono molto di più. E muovono passioni. Il dibattito sul Ponte sullo Stretto, che collegherebbe Sicilia e Calabria, ha riportato al centro della scena una domanda che va oltre l’ingegneria: cosa significa davvero collegare? Quando è necessario, quando davvero prioritario? Il progetto, sostenuto con forza dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, viene presentato come un’opera strategica per modernizzare il Paese, ridurre le distanze infrastrutturali e integrare il Sud nei grandi commerci europei. Nella narrazione favorevole, il ponte è simbolo di progresso, lavoro, sviluppo economico. È la promessa di un’Italia che supera i propri ritardi storici e investe nel futuro. Ma ogni ponte è anche una scelta di priorità. Ed è proprio su questo che si concentra la polemica. I critici non mettono in discussione soltanto la fattibilità tecnica dell’opera, quanto il contesto in cui essa si inserisce: un territorio segnato da fragilità ambientali, reti ferroviarie incomplete, infrastrutture locali carenti. La domanda che emerge non è se sia possibile costruirlo, ma se sia giusto farlo ora, in questi termini, con queste risorse. Parlare oggi di ponti, reali o simbolici, significa gettare uno sguardo sul futuro. Ogni ponte è un atto di coraggio, poiché significa in un modo o in un altro agevolare qualcosa, il dialogo, lo spostamento. Significa avvicinarsi all’Altro, che abbia forma di periferia cittadina, interlocutore insolito o spazio urbano. Forse la vera sfida non è accorciare le distanze, abbattere il confine…ma pensare un nuovo modo di attraversare territori poco esplorati, contrastando la logica “del muro” che illusoriamente ci protegge da ogni contaminazione non gradita, tenendoci al riparo, ma che in realtà ci isola e condanna dentro i limiti angusti di una cultura che non si confronta.
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Mi chiamo Irene e sono il direttore di questo magazine on line, fondato con l’Associazione Culturale “Le Ciliegie”. Nel lontano 2003 mi sono laureata in Filosofia con 110 su 110 e lode, tesi in Bioetica sull’esistenzialismo francese, e proprio come Jean Paul Sartre, mio filosofo del cuore, ho idea che “terminerò la mia vita esattamente come l’ho iniziata: tra i libri”. Sono una giornalista culturale e una docente di Filosofia e Storia: il giornalismo è la mia scusa per scrivere, l’insegnamento la mia palestra. Ma la verità, dietro tutte queste maschere di carne, è che sono una scrittrice, e scorre inchiostro nelle mie vene.