Immergersi nella lettura del Carteggio tra Hannah Arendt e Martin Heidegger può significare a tratti trascendere la vicenda privata in direzione di una nuova fenomenologia dello Spirito novecentesco. Hegel non è infatti presente nei riferimenti filosofici ma in un certo senso struttura l’opera e sostanzia una situazione non quietamente leggibile nell’abusata etichetta di relazione amorosa. Il libro, in tre sezioni, evolve secondo un andamento dialettico fatto di slancio, negazione e riconciliazione. Se c’è una sintesi resta qui però un capolavoro di incompiutezza: il riavvicinamento tra i due, divisi dalla Storia, non riuscì mai, comprensibilmente, a sciogliere il nodo storico e morale che li separava. La nuova apertura tra il filosofo esistenzialista e la sua zelante allieva, poi amante, avviene, nella migliore tradizione hegeliana, come una riaffermazione, più alta, della tesi iniziale dell’incontro, conservando sul finale tutte le ambiguità e i silenzi connaturati a una relazione necessaria e impossibile.  Ogni elemento del loro confronto conteneva già un implicito muro: lui il suo professore, sposato, nazista, legato a una dimensione più astratta e ontologica della Filosofia. Lei ebrea, molto più giovane, pronta ad abbandonare la Filosofia per la politica, quando la sua epoca inizia ad esigere revisioni critiche dai suoi intellettuali. Heidegger costruisce templi per i filosofi dell’età arcaica, e per gli accademici del suo tempo, celebrando la superiorità della cultura tedesca, Arendt spietata critica dei totalitarismi non conserva alcun culto sacrale della cultura tedesca e non esita a smantellare un sapere filosofico  che a suo avviso va ripensato radicalmente. Leggere queste epistole significa assistere non soltanto all’evoluzione di un amore, che è poi forse qualcosa di più, ma soprattutto al progressivo scontro tra Filosofia e Storia, tra pensiero e responsabilità politica, tra perdono e colpa. La prima parte del volume descrive gli anni dal 1925 al 1933, il clima agitato della Repubblica di Weimar, nel cuore di una Germania culturalmente vivissima ma politicamente instabile, dove, presso l’Università di Marburgo, avviene l’incontro. In questa fase è il professore a dominare la scena, e la relazione è fortemente asimmetrica: in senso anagrafico, accademico, culturale. Arendt cerca ancora la sua voce: è nascosta e alimentata dall’ombra del suo maestro. Ad Heidegger serve la freschezza della sua allieva più promettente: trasforma quell’amore in creatività, linguaggio filosofico. La seconda sezione del volume è dominata da un silenzio che si fa, a pieno diritto, parte della trama.. Con l’ascesa del nazismo tutto cambia: Heidegger aderisce al Partito nazionalsocialista e diventa rettore dell’Università di Friburgo nel 1933; Arendt, ebrea, è costretta alla fuga. Prima Parigi, poi gli Stati Uniti. La politica ridefinisce i destini, il vuoto epistolare è forse il documento più eloquente dell’intera raccolta. L’assenza di dialogo diventa il segno di una frattura storica e morale che sembra impossibile da ricomporre. Siamo nel “travaglio del negativo” di memoria hegeliana, dove l’opposizione sembra vincere e uccidere, ma è proprio qui, nell’apparente staticità, che ogni cosa si muove. La terza parte del libro, quella del dopoguerra, è forse la più sorprendente e controversa. Negli anni Cinquanta i due riprendono a scriversi e a incontrarsi. Heidegger è ormai una figura compromessa ma ancora centrale nella cultura europea; l’asimmetria esiste ancora, ma è capovolta. Arendt è diventata una delle più importanti intellettuali del Novecento americano. Anche il loro rapporto cambia profondamente: la passione giovanile lascia spazio a un legame più complesso, ma non meno essenziale, fatto di memoria, fedeltà e distanza. Le ultime lettere sono attraversate da una malinconia consistente. I due protagonisti sembrano riconoscersi come superstiti di un mondo distrutto. Il carteggio si rivela così una grande opera in grado di mantenere il lettore dentro le contraddizioni del Novecento e rivela altresì il baratro in cui la relazione di Heidegger-Arendt ha rischiato di sprofondare, nonostante la profonda affinità interiore: i sentieri diversi di scelte e modi di vivere dissonanti. Heidegger sa ancora destreggiarsi tra la filosofia dell’esistenza nel suo linguaggio più impervio e astratto e il disastro storico del nazismo, realtà ben attento a non illuminare. Arendt svetta per statura morale:  è stata un’intellettuale in grado di  trasformare il trauma personale e collettivo in uno strumento di comprensione critica del mondo moderno. Non ha smesso di amare, o almeno riconoscere l’uomo e il pensatore, accogliendo una ferita storica e privata destinata a rimanere aperta.

Hanna Arendt, Martin Heidegger.  Lettere 1925-1975 e altre testimonianze, a cura di M. Bonola.

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