Scende la neve su Parigi. Dalla finestra del Ritz sembra quasi di assistere a uno spettacolo da un’altra dimensione. La neve porta con sé quel silenzio magico che si riempie di ricordi. Nella mente si rincorrono attimi passati e progetti in un turbinio simile a quello dei fiocchi candidi che danzano sopra i tetti della città, sugli alberi dei viali e sui nasi dei bimbi con il viso rivolto al cielo. Due ragazze attraversano la strada avvolte in caldi cappotti, una folata di vento ruba il morbido cappello a tesa larga di una delle due e lei, ridendo, corre incontro a un passante che lo ha afferrato al volo. “Una volta un cappello del genere sarebbe stato definito cappello da poveri ” esordisce la figura di spalle il cui volto si riflette sui vetri della finestra e sono certa che stia sorridendo mentre il fumo della sua sigaretta le ricama l’aria intorno. Con un gesto deciso la signora spegne la sigaretta nel piccolo posacenere poi indossa lentamente un lungo cappotto nero, la fodera lucida come l’ala di un corvo riflette in un bagliore la luce della lampada sulla consolle. “Andiamo?” esclama la mia insolita ospite. Siamo in strada e non solo, siamo in un altro tempo. La città ha dimenticato le auto, la neve si poggia su grandi cappelli che nascondono volti di donne in un trionfo di passamanerie, nastri e piume. Pesanti soprabiti completano modelli che segnano il punto vita, vere e proprie architetture di stecche e tessuto. “Eravamo costrette dentro queste improbabili impalcature, gabbie sociali per ricordarci il nostro ruolo” mi dice la donna mentre apre la porta d’ingresso della bottega di modista. In vetrina alcuni cappelli dalla sobria eleganza e le linee complici strizzano l’occhio alla voglia di libertà. “Eccoli i miei cappelli da povera!” esclama prendendone uno dall’espositore, poi, rigirandoselo tra le mani, sorride nostalgica “guardalo, è con lui che ho aperto la strada alla nostra libertà. Un piccolo passo che si è trasformato in molto di più”. Quei cappellini dalla sofisticata semplicità furono la prima nota dell’immenso concerto che fu lo stile di Coco Chanel.
“Sono partita dalla testa per liberare interi corpi”. Il ‘900 era appena iniziato inconsapevole che i corsetti avevano i giorni contati.
“È stato liberatorio. Indossare pantaloni, linee morbide, sentire il corpo finalmente libero di essere. Non ho mai permesso alla vita di fare di me ciò che voleva e per poterla affrontare mi occorreva libertà di movimento. La mente è nulla se il corpo non può seguirti” mi strizza l’occhio mentre accende un’altra sigaretta su cui lascia la traccia scarlatta del suo rossetto. Per un attimo le volute di fumo sembrano nascondere una lacrima. “La morte” aggiunge “quella non sono riuscita a dominarla”. La pesante coltre nera le ha tolto tanto, troppo, forgiando quell’armatura che non avrebbe mai abbandonato.
“Excusez-moi” sento dire alle mie spalle. Ferma sul marciapiede torno alla realtà, aiutata anche da un colpo di clacson e dai seppur ovattati rumori metropolitani che nemmeno la neve mette del tutto a tacere.
Il signore alle mie spalle, al quale sto involontariamente bloccando l’ingresso all’elegante edificio di rue Cambon, mi sorride e devo sembrargli piuttosto stralunata perché mi chiede se io abbia bisogno di qualcosa, se mi sia persa. Ricambio il sorriso, forse ha ragione lui, mi sono persa davvero ma solo nei meandri della mia fantasia, per poi arrivare qui e rimanere immobile di fronte al palazzo che racconta la storia dell’eleganza stessa: quella di un tubino nero, una camelia bianca e una cascata di perle.
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Mi chiamo Barbara, diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sono da sempre appassionata di Arte e Antiquariato. Amo associare l’idea di viaggio a quella di immersione nell’arte, ritenendo il mondo un prezioso scrigno colmo di tesori. La scrittura di racconti e la compagnia dei libri sono la mia vita ed è a loro che mi dedico con passione perché, citando Umberto Eco, “chi legge avrà vissuto 5000 anni, c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.