La neve ha lasciato il posto al ghiaccio e affrontare le salite e le discese sulla scivolosa pietra è arduo per chiunque, anche per quella ragazzina che è appena sgattaiolata fuori da una grande casa signorile. La giovane è uscita furtivamente da una porticina laterale, stringe al petto un grosso fagotto che la ostacola non poco nel cammino. Si è alzato anche un vento gelido che le squassa le vesti e le sferza il viso. A fatica, attraverso la città che pian piano si sveglia, ha raggiunto un grande edificio nel quale entra rapida. La porta le è stata aperta senza che bussasse, evidentemente era attesa. L’ombra dietro l’uscio l’ha salutata e, nonostante il sibilo del vento che porta lontano le voci, sono riuscita a sentirne il nome. Caterina, così l’ha chiamata. Le mura sono quelle dell’Ospedale Santa Maria della Scala e gli anni quelli che hanno appena superato la metà del Trecento. La piccola donna che va così di fretta, mentre si muove con gesti sicuri e piglio deciso, non sa ancora, o forse sì…chissà, di avere ad attenderla un destino enorme. Si china accanto a un bambino e lo aiuta a coprirsi con uno di quei vestiti di lana calda tirato fuori dal fagotto che con fatica ha portato fin lì. Ecco cosa conteneva quel fardello: abiti per i poveri. Da lì passa la via Francigena e i pellegrini sono sempre tanti, così come gli infermi. In molti si ammalano, in pochi riescono a riprendere le forze ma Caterina non si risparmia. Si volta verso di me per un attimo e quell’istante è sufficiente per accorgermi che il viso è deturpato da profonde cicatrici, eredità lasciatale da una brutta malattia. Qualunque donna ne avrebbe sofferto, per Caterina invece, probabilmente, sarà il lasciapassare verso l’ordine delle Terziarie Domenicane Mantellate. L’ordine accetta solo donne anziane o vedove, Caterina invece è una giovane donna da marito, un marito scelto dalla famiglia che le porterà un matrimonio conveniente. La società vuole questo, la famiglia vuole questo, Caterina invece vuole altro e a chi andare in sposa lo ha già scelto da sé: Cristo. Lo ha deciso quando era soltanto una bambina. È una ribelle? Probabilmente sì. Si è tagliata i capelli, ha fatto voto di verginità ed è rimasta irremovibile. Quelle cicatrici che ne hanno pregiudicato l’avvenenza e ora la fanno apparire più grande della sua età faranno il resto. Il sole è ormai tramontato e la giovane Caterina riprende la strada di casa. Oggi è stata dura, non sempre i malati sono grati, a volte diventano aggressivi. La ragazza ancora non sa che nuovi rimproveri la attendono a casa. Quei vestiti che ha diviso tra i pellegrini e gli ammalati li ha presi senza permesso e a giudicare dalla reazione dei genitori e dalle loro voci alterate che arrivano fino in strada, la cosa non è stata affatto gradita. Non è la prima volta che succede e probabilmente nemmeno l’ultima. I genitori sembrano però aver capito quale sia la tempra della figlia. Questa ragazzina dal volto sfigurato che si sfinisce tra poveri e malati, che non si ferma nemmeno davanti ai lebbrosi, che ha fatto della fede la propria arma più potente, sta andando a testa alta verso qualcosa di grande. La famiglia non può ancora sapere che quella figlia ribelle avrà un seguito, ne saranno riconosciute le capacità di mediatrice persino da Papa Gregorio XI con il quale discuterà di riforme della chiesa. Sì, proprio lei, quella piccola donna che adesso “ruba” abiti caldi per i bisognosi, sarà ricevuta dal papa ad Avignone. Quel dinamismo che la contraddistingue ora tra i bisognosi lo porterà anche ben più in alto, fino a lasciare un segno profondo nella Storia e nella Storia della chiesa. La statua che è stata posizionata nel chiostro di quella che una volta era casa sua mi guarda con occhi sgranati e, ad essere sincera, anche un po’ inquietanti. Sorrido pensando a quanto dovesse essere difficile dire di “no” a un personaggio così deciso. Qualcuno mi dà un colpetto sulla spalla e mi fa tornare al presente. Un’anziana monaca dallo sguardo ancor più severo di quello di questa “Santa d’acciaio” mi invita a uscire. È arrivata l’ora di chiusura. Mi scuso, ma non è facile passare velocemente dal XIV secolo al XXI, è un viaggio lungo, anche se solo a bordo della mente.

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