Lei disprezza lui, dopo averlo a lungo amato, forse sedotta dalle lusinghe della modernità. L’orizzonte che Moravia traccia è di profonda crisi, una parabola discendente che coinvolge ogni ambito del reale, una spaccatura profonda che rende impossibile l’integrità di prima: dall’Arte alla politica, dalla società alla narrazione, ogni cosa si spacca mostrando la sua essenza nuova, e l’impossibilità di incarnare i valori precedenti. Il terremoto sociale ha focus nell’implacabile sguardo di un uomo che assiste alla graduale decadenza del suo matrimonio.
Riccardo Molteni, io narrante e protagonista dell’opera, ci invita a esaminare con sguardo cinico la trasformazione di un sentimento coniugale: dall’amore al disprezzo. Questo è ciò che sua moglie confessa di provare nei suoi confronti, forse incantata da Battista, l’uomo per cui lo stesso Riccardo sta adattando l’Odissea di Omero per il cinema. La mercificazione dell’arte, che Riccardo detesta, pur trovandosi fatalmente invischiato in tale logica postmoderna, sembra corrispondere puntualmente alla tematica della deriva dei sentimenti, in un’epoca di crisi delle relazioni che non consente autenticità alcuna. Lo stesso Battista, personaggio volgare e privo di acume, sembra rappresentare bene lo stato di involuzione del lavoro artistico e intellettuale. Penelope attende Ulisse, all’interno dell’opera su cui il genio di Riccardo lavora: ma nella vita avviene esattamente il contrario, sua moglie lo rifiuta con disprezzo, protagonista indiscusso della vicenda, atmosfera conglobante. Così il testo omerico consegna al lettore la chiave di interpretazione della vicenda di Riccardo e Emilia, e insieme l’incolmabile distanza tra vita e Arte. Il disprezzo della donna non la rende colpevole, ma ferocemente sincera agli occhi di Riccardo, ed è piuttosto il simbolo dell’inadeguatezza esistenziale: dell’intellettuale di fronte alla società, del maschio nei rapporti interpersonali, di Riccardo di fronte a se stesso. “Ti disprezzo” afferma la donna. E tutto inizia da qui, il sentimento della donna che dà nome al libro, la ricerca di un perché del suo protagonista, la dinamica disfunzionale dei sentimenti in una società altrettanto malata. “Avevo voluto l’amore, e avevo ottenuto la stima. Avevo voluto la stima, e avevo ottenuto il disprezzo.” Affermerà con amarezza Riccardo, in una ideale risposta alla precedente affermazione della donna, che resta dominante, come eco riecheggiante in ogni pagina, poiché è una frase che non ammette replica. Il tono di Emilia è implacabile, e tale disprezzo è un marchio, di cui la voce della donna nell’opera porta i segni, ma, insieme, resta il timbro dell’intera narrazione, volta a dissacrare il mondo della produzione artistica e la società intera, ormai a brandelli sotto i colpi feroci di un cambiamento storico che non lascia spazio, alla libertà individuale, di esprimersi.
Il disprezzo, Alberto Moravia.
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Mi chiamo Irene e sono il direttore di questo magazine on line, fondato con l’Associazione Culturale “Le Ciliegie”. Nel lontano 2003 mi sono laureata in Filosofia con 110 su 110 e lode, tesi in Bioetica sull’esistenzialismo francese, e proprio come Jean Paul Sartre, mio filosofo del cuore, ho idea che “terminerò la mia vita esattamente come l’ho iniziata: tra i libri”. Sono una giornalista culturale e una docente di Filosofia e Storia: il giornalismo è la mia scusa per scrivere, l’insegnamento la mia palestra. Ma la verità, dietro tutte queste maschere di carne, è che sono una scrittrice, e scorre inchiostro nelle mie vene.