Agosto: lo percepiamo come il mese dell’insopportabile caldo e del più ambito riposo, delle ferie dovute e del tempo sospeso, così si intrecciano nelle maglie dei suoi 31 giorni l’attesa del Ferragosto e la pienezza della soddisfazione di una meritata tregua dopo gli affanni invernali, la progettualità dei viaggi e il disagio degli uffici chiusi, dell’efficienza interrotta, per l’abitudine nuova di una socialità ritrovata. Nel più remoto passato era un tempo di celebrazioni: dall’uno, per tutto il mese, si teneva la festa civile e religiosa delle Feriae augusti, che a suo modo legava i risultati delle vendemmie, dei raccolti, celebrando il senso del proprio lavoro e il culto dell’imperatore. Dopo i grandi sudori ai campi ci si fermava: l’intero agosto degli antichi sembrava coincidere, almeno concettualmente, con il nostro ferragosto, un momento di desiderata stasi. Oggi c’è chi non può fermarsi, il lavoro non è più legato alla stagionalità, ai cicli della natura, per cui ciascuno esiste in un tempo dissonante rispetto a quello della collettività, ed è questo un carattere tipico della modernità. Negli anni trenta anche per il Fascismo agosto era occasione di svago di massa: i “treni popolari” consentivano infatti anche ai meno abbienti di visitare una città d’arte, recarsi al mare, secondo quel programma di occupazione del tempo libero tipico del regime. Oggi lo sentiamo come un mese ultimo, prima del rientro al lavoro in ufficio, a scuola, nelle aziende, negli esercizi commerciali, invece, un tempo, era a suo modo un tempo d’inizio, poiché celebrava la figura storica del primo imperatore romano Gaio Ottavio, divenuto “Augustus” nel 27 a.C. Così anche il mese, come l’uomo, ha impresso, nel nostro immaginario, il marchio venerabile del prestigio politico e religioso, e quell’abbondanza, e lenta maturazione delle cose che ancora oggi l’ottavo mese dell’anno ci ricorda.
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Mi chiamo Irene e sono il direttore di questo magazine on line, fondato con l’Associazione Culturale “Le Ciliegie”. Nel lontano 2003 mi sono laureata in Filosofia con 110 su 110 e lode, tesi in Bioetica sull’esistenzialismo francese, e proprio come Jean Paul Sartre, mio filosofo del cuore, ho idea che “terminerò la mia vita esattamente come l’ho iniziata: tra i libri”. Sono una giornalista culturale e una docente di Filosofia e Storia: il giornalismo è la mia scusa per scrivere, l’insegnamento la mia palestra. Ma la verità, dietro tutte queste maschere di carne, è che sono una scrittrice, e scorre inchiostro nelle mie vene.