Gli spettri c’entrano sempre. Che si tratti di demoni interiori o di spiriti da esorcizzare con tradizioni e usanze, l’ossessione della vita resta la morte. Anche ben nascosta dietro una festa che si maschera, è il caso di dirlo, da superficiale e goliardica parata di costumi. Il carnevale irrompe, si fa sentire, è una festa ingombrante, coi suoi colori sgargianti, la sfilata dei carri, le sue stelle filanti e i coriandoli lanciati a chiunque, le sue fragorose risate e i suoi stuzzicanti nascondimenti, per giocare con un po’ di ritrovata leggerezza al gioco della vita, con i suoi ruoli, le sue etichette, ben definite e riconoscibili, scacciare gli spiriti evocati, superare certi limiti imposti dalle regole sociali. Ci si traveste e intanto un po’ si scompagina. Più che fare ciò che si è, si sceglie, per una volta, di essere altro, ciò che si vuole o ciò che non si sarà mai.  Da New Orleans a Rio de Janeiro, da Venezia a Viareggio, mille travestimenti ormai iconici che in passato consentivano la satirica presa in giro al potere o la burla, con la protezione dell’anonimato.  Il rovesciamento sociale era così garantito: per un giorno schiavi e nobili, contadini e aristocratici potevano scambiarsi le parti, anche nelle più rigide società del passato. E non era una festa da bambini, come si configura nei tempi moderni, ma nasceva da esigenze represse dell’animo umano.  Quando e dove, però, non si sa. Certo è, tuttavia, con chi andava a braccetto. Festività pagane, di cui resta propaggine, che celebravano il solstizio d’inverno e di primavera, e celebrazioni cristiane, che ancora oggi anticipa e “contrasta”: pare che il nome Carnevale significhi infatti “carnem levare”, il semiserio addio alla carne che precede la Quaresima, consentendoci tra balli, sollazzi e sfilate di maschere un’ultima abbuffata di dolci e cibi grassi e gustosi, per il piacere dei sensi, mortificati di lì a poco con le pratiche religiose dell’astinenza.  Nello spirito di un rito pagano, il Carnevale celebra ancora la fertilità, e il ritorno della luce, come un inno alla vita. Da anticamera delle festività cristiane è l’ultimo anelito di esaltazione materiale prima che lo spirito prenda il sopravvento sul corpo, nella vita del credente che si prepara alla Pasqua. Ancora adesso è un’occasione di libero sfogo degli istinti repressi, il terreno sicuro in cui una comunità può ancora ridere della propria serietà, è l’esagerazione gradita in cui colori e suoni sfiorano l’eccesso o è diventata una tradizione un po’ stanca, imbrigliata e  incanalata per il divertimento dei bambini, o per scopi turistici o altri, dimenticando la rivolta dell’individuo che la animava in origine?

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