Immaginate che il vostro cellulare squilli e, nonostante l’incertezza causata da un numero sconosciuto sullo schermo, decidiate di rispondere. All’improvviso, percepite una voce. Quella voce. Una voce che non sentivate da tempo, perché appartiene a una persona cara e ormai defunta. Non è un semplice filo telefonico a separarvi, ma una linea insormontabile: quella che divide la vita dalla morte. Le chiamate dai defunti, per quanto incredibili e rare, sono un fenomeno sempre più studiato dalla parapsicologia, che dispone di numerosi casi documentati. Rogo Scott e Bayless Raymond, due parapsicologi di fama internazionale, affrontano l’argomento nel libro “Telefonate dall’Aldilà”. Oltre a un’analisi dettagliata del fenomeno, il testo presenta diversi esempi tratti da eventi reali, come il caso di Charles Peck, morto in un incidente ferroviario a Los Angeles nel 2008. Poche ore dopo il decesso, i suoi familiari ricevettero chiamate dal suo cellulare, ma dall’altra parte non si udiva altro che un inquietante silenzio. In altri casi, invece, il defunto sembrava avere diritto di parola: ad esempio, Rosemary, una donna citata nel libro, raccontò di aver ricevuto numerose telefonate dalla madre defunta, la cui voce, seppur flebile, le infondeva speranza e coraggio. A Otsuchi, in Giappone, dopo lo tsunami del 2011, un uomo installò in giardino una vecchia cabina telefonica scollegata, chiamata kaze no denwa, “telefono del vento”. Questa invenzione offriva un’illusione di contatto con i propri cari scomparsi. In fila ordinata, le persone si recavano alla cabina per esprimere i propri sentimenti, immaginando che gli spiriti potessero ascoltarli. Questa credenza si trasformò in fede e si radicò come rito comunitario. Oggi, visitata da oltre 30.000 persone, rappresenta l’immagine più poetica e intensa del filo interrotto dalla morte e della volontà di continuare un dialogo con chi si ama, anche quando dall’altra parte la cornetta resta muta. Oggi l’intelligenza artificiale ci permette di superare il limite del “telefono del vento” e il silenzio dall’altra parte della cornetta. Creando avatar virtuali, è possibile costruire conversazioni realistiche: grazie a deepfake vocali che generano risposte e chatbot memoriali alimentati da vecchi messaggi e altre informazioni personali, l’IA può replicare modi di parlare e visioni del defunto. In questo modo, può risponderti come farebbe la persona amata se fosse ancora viva, offrendo un conforto che talvolta lenisce il dolore, pur essendo consapevoli della natura artificiale del dialogo. Un esempio è la piattaforma “HereAfter AI”, fondata da James Vlahos, che consente di registrare storie, aneddoti, ricordi e la voce di una persona per poi simulare conversazioni dopo la sua scomparsa, creando un avatar interattivo. Un altro caso noto è quello di Joshua Barbeau, che ha utilizzato l’intelligenza artificiale per simulare conversazioni con la sua fidanzata Jessica, dopo la sua morte. L’uso dell’IA per simulare dialoghi con i defunti rappresenta una frontiera affascinante che unisce tecnologia, psicologia e cultura del lutto. Offre momenti di conforto, ma solleva importanti questioni etiche, il rischio di dipendenza emotiva, interrogativi sulla fede e sulle tradizioni mistiche tramandate da secoli, e non ultimo il confine sottile tra memoria autentica e illusione. Inoltre, questa tecnologia non facilita una corretta elaborazione del lutto. La parapsicologia moderna si concentra invece sul misterioso fenomeno delle vere comunicazioni telefoniche con i defunti, che finora sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale, sottraendosi all’ingegno umano e alla volontà di alimentare illusioni. Non sappiamo ancora con certezza cosa siano esattamente queste comunicazioni né se siano autentiche, ma certamente queste ricerche aprono nuovi e stimolanti orizzonti di indagine.

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